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Tribunale di Nola, ordinanza 13 settembre 2018

Alla luce delle previsioni di cui agli artt. 2 e 43 TU immigrazione - che garantiscono allo straniero parità di trattamento nell’accesso alla formazione professionale - costituisce discriminazione la previsione, in un bando comunale, del requisito della cittadinanza italiana per accedere a un corso di formazione professionale per make up artist, stante anche l’impossibilità di applicare alla fattispecie le norme in materia di pubblico impiego. Conseguentemente al Comune deve essere ordinato di riaprire il bando ammettendo al corso tutte le straniere non comunitarie alle stesse condizioni di quelle italiane

Tribunale di Monza, sentenza 7 agosto 2018

Ai sensi dell’art. 41 D.lgs. 286/98 “l’assegno sociale e le provvidenze economiche che costituiscono diritti soggettivi in base alla legislazione vigente in materia di servizi sociali, sono concesse alle condizioni previste dalla legislazione medesima, agli stranieri che siano titolari di carta di soggiorno”. L’interpretazione restrittiva dell’INPS che pretende di affermare che la carta di soggiorno di cui alla legge n. 388/2000 sia da riferirsi unicamente al titolo “permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo” e non anche al diverso titolo di soggiorno relativo ai familiari che continua a chiamarsi appunto carta di soggiorno non è fondata né sul dato testuale né su alcuna ipotizzabile ratio legis. Il legale soggiorno in Italia per oltre dieci anni è requisito pacificamente posseduto dal ricorrente e sarebbe da solo sufficiente, in presenza dei requisiti reddituali altrettanto pacificamente posseduti, ad affermare il suo diritto al conseguimento del beneficio richiesto, a prescindere da ogni considerazione sulla natura del titolo di soggiorno da questi detenuto.

Tribunale di Monza, ordinanza 1 agosto 2018

L’art. 1, comma 125, L. 190/2014, nella parte in cui riconosce il bonus bebè ai soli cittadini extracomunitari titolari di permesso di soggiorno UE per i soggiornanti di lungo periodo contrasta con quanto disposto all’art. 12 della direttiva 2011/98 che riconosce ai titolari di permesso unico lavoro la parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro di soggiorno in materia di sicurezza sociale di cui al regolamento 883/2004. Detta condotta discriminatoria deve essere pertanto eliminata attribuendo la prestazione ai soggetti legittimati e dandone adeguata pubblicità sul sito istituzionale nonché adeguando i moduli on line di richiesta della prestazione.

Tribunale di Brescia, ordinanza 31 luglio 2018

Si riconosce il diritto all’esenzione del pagamento del ticket sanitario a un richiedente asilo per ragioni di assoluta indigenza, riconoscendo altresì il rischio – per il richiedente- di vedere definitivamente compromesse le possibilità di guarigione o di miglioramento in assenza di adeguate e costanti cure mediche. Si dichiara pertanto illegittimo il diniego opposto da ASST...

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 30 luglio 2018

Rendere economicamente gravosa in modo non proporzionato la richiesta di rilascio di certificazione alloggiativa incide su diritti non meramente patrimoniali ma fondamentali dell’individuo; in ciò va ravvisata la natura indirettamente discriminatoria dell’aumento che per la sua entità e per il rango degli interessi coinvolti, conduce al risultato di svantaggiare il cittadino straniero, creando un ostacolo, che può divenire anche preclusivo allo svolgimento di diritti umani e libertà fondamentali, a danno quindi di una categoria connotata da una qualità protetta, costituita dalla nazionalità

Corte Costituzionale, sentenza 20 luglio 2018

E’ incostituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost., l’art. 11, comma 13, DL 25/6/08 n. 112 convertito, con modificazioni, nella L. 6/8/08 n. 133 nella parte in cui prevede, per i soli cittadini extra UE , il requisito di dieci anni di residenza nello Stato o cinque anni di residenza nella Regione ai fini dell’accesso al contributo per il canone di locazione; si tratta infatti, in entrambi i casi, di requisiti che non rispondono né alle prescrizione del diritto dell’Unione relative ai soggiornanti di lungo periodo (direttiva 2003/109) né ai canoni di ragionevolezza

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 16 luglio 2018

La norma interna che nel disciplinare l’assegno per il nucleo familiare non consente, per soli cittadini stranieri, il computo nel nucleo familiare dei familiari a carico residenti all’estero, introduce un regime diverso rispetto a quello previsto per i cittadini italiani e si pone in contrasto con il principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 11 della direttiva 2003/109, non derogabile per le prestazioni di natura assistenziale ed essenziale come quella in questione; pertanto l’art. 2, comma 6bis, L. 153/88 deve essere disapplicato e, qualora il rapporto di lavoro sia cessato, l’obbligazione di corresponsione del trattamento grava sull’Inps.

Corte d’Appello di Firenze, sentenza 28 giugno 2018

Il requisito del soggiorno legale in Italia per dieci anni continuativi previsto dall’art. 20, comma 10 D.l. 112/2008 conv. L. 133/2008, ai fini dell’erogazione dell’assegno sociale di cui all’art. 3, comma 6, L. 335/1995, supera l’esigenza del possesso della carta di soggiorno di lungo periodo costituendo prova sufficiente il possesso di più permessi di soggiorno reiterati della durata complessiva e continuativa di dieci anni e l’iscrizione anagrafica. Qualora il richiedente sia iscritto all’anagrafe per il predetto periodo è onere dell’INPS provare che il soggiorno in Italia sia stato interrotto per significativi periodi.

Tribunale di Firenze, ordinanza 26 giugno 2018

Il criterio organizzativo di cui all'art. 1, comma 1 del DPCM 174/1994 secondo cui tutti i posti appartenenti al ruolo civile del Ministero della Giustizia richiedono il requisito della cittadinanza, escludendo così i cittadini UE e i cittadini di paesi terzi di cui all’art. 38 del D.lgs 165/2001, è incompatibile con la giurisprudenza comunitaria che, prevedendo l’esercizio abituale e non occasionale di pubblici poteri ai fini dell’applicabilità della riserva di nazionalità, implica una valutazione concreta delle mansioni esercitate. Il profilo professionale di assistente giudiziario, rappresentando un’attività meramente ausiliaria e preparatoria, non comporta l’esercizio di pubblici poteri a tutela dell’interesse nazionale; e pertanto il bando che prevede quale requisito partecipativo il possesso della cittadinanza italiana è discriminatorio.

Consiglio di Stato, sentenza 25 giugno 2018

L’art. 1, comma 1, lett. a) del DPCM 174/1994 riservando in modo assoluto i posti dei livelli dirigenziali delle amministrazioni dello Stato ai soli cittadini italiani, senza tener conto dell’effettivo e prevalente esercizio di funzioni di stampo pubblicistico e autoritativo, contrasta con l’art. 45, para. 4 TFUE che, in quanto disposizione derogatoria, deve essere interpretato restrittivamente e pertanto la norma nazionale deve essere disapplicata nella parte in cui impedisce l’accesso ai cittadini degli Stati membri dell’Unione europea.

Tribunale di Roma, ordinanza 13 giugno 2018

La figura professionale di assistente sociale non comporta l’esercizio diretto e specifico di pubblici poteri in quanto questo opera sempre sulla base di istruzioni impartite dal dirigente, nell’ambito di attività meramente ausiliarie e preparatorie che lasciano inalterati i poteri di valutazione e di decisione dei responsabili degli uffici; pertanto il bando del Ministero della Giustizia che richiede il requisito della cittadinanza italiana si pone in contrasto con la giurisprudenza comunitaria.

Tribunale di Roma, sentenza 13 giugno 2018

Ai fini del riconoscimento dell’esenzione dal ticket sanitario E02 rileva soltanto lo stato di non occupazione del richiedente e non la circostanza che l’interessato abbia in precedenza svolto attività lavorativa non sussistendo, ai sensi dell’art. 19 D.lgs 150/2015, la precedente distinzione tra disoccupato, inteso quale soggetto che in precedenza svolgeva attività lavorativa, e inoccupato, inteso quale soggetto che non ha mai svolto attività lavorativa.

Tribunale di Torino, ordinanza 12 giugno 2018

L’Avviso pubblico per la selezione di personale esterno per il profilo di mediatore culturale che limita l’accesso ai soli cittadini italiani e ai soggetti individuati dall’art. 38 del D.lgs 165/2001 è discriminatorio in quanto, non trattandosi di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, deve essere consentita la partecipazione di tutti i cittadini di Paesi terzi in possesso di un titolo di soggiorno che consenta di lavorare.

Tribunale di Milano, ordinanza 11 giugno 2018

Il DPCM 174/94, nella parte in cui riserva ai cittadini italiani l’accesso a interi comparti dell’amministrazione senza valutare se i singoli “posti e funzioni” comportino l’esercizio di poteri pubblici, si pone in contrasto con l’art. 38 Dlgs 165/01 e con la giurisprudenza della CGUE relativa alla applicazione dell’art. 45, comma 4, TFUE. Pertanto il bando del Ministero della Giustizia che prevede il requisito della cittadinanza italiana per l’accesso alla funzione di mediatore culturale in carcere deve ritenersi illegittimo e pertanto discriminatorio in ragione della nazionalità, con conseguente ordine all’amministrazione di riaprire il bando prevedendo l’accesso ai cittadini dell’Unione e alle categorie di cittadini extra UE di cui al citato art. 38.

Tribunale di Bergamo, ordinanza 7 giugno 2018

La negazione del premio alla nascita di cui all’art. 1, comma 353 della L. 232/2016 alle cittadine extracomunitarie non in possesso di permesso di lungo periodo, introdotta in via amministrativa per mezzo di una circolare che ha esteso a suddetto beneficio i medesimi requisiti previsti per il bonus bebè, costituisce una condotta discriminatoria sia in quanto non sussiste alcuna disposizione normativa che attribuisca all’Inps il potere di derogare ad una fonte normativa di rango primario, sia perché una tale limitazione contrasta con il principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98 che in quanto sufficientemente chiaro preciso e incondizionato è dotato di diretta applicabilità; pertanto la disposizione nazionale contrastante deve essere disapplicata e la condotta discriminatoria eliminata.

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