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Corte d’Appello di Milano, sentenza 25 marzo 2019

Costituisce una violazione del principio di parità di trattamento di cui all’art. 2 co. 2 TUI, la previsione del requisito della prestazione di una attività lavorativa regolare - anche non continuativa e per i soli cittadini stranieri - ai fini dell’accesso al Fondo sostegno affitti stabilito dalla delibera della giunta regionale lombarda n. 3495 confliggendo altresì con il generale regime per l’erogazione assistenziali di cui all’art. 41 TU immigrazione oltreché con l’art. 3 della Costituzione

Tribunale di Padova, sentenza 12 febbraio 2019

L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 74 del D.lgs. n. 151 del 2001 (recante disposizioni in materia di “assegno di maternità di base”) impone che venga privilegiata l’opzione maggiormente tutelante lo stato di maternità e di conseguenza che, per l’erogazione della prestazione in questione, debba ritenersi sufficiente la sussistenza del requisito della residenza nel territorio dello Stato al momento della presentazione dell’istanza amministrativa e non al momento del parto.

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 18 gennaio 2019

Costituisce molestia razziale ex art. 2 co. 3 D.Lgs. 215/2003 attribuire un fine lucrativo agli enti impegnati nell’accoglienza e definire i richiedenti asilo clandestini, in quanto tali condotte sono idonee a creare un “clima intimidatorio” e “ostile” nei confronti delle associazioni, clima che può avere senz’altro ripercussioni dirette sui servizi resi ai richiedenti asilo. Quale rimedio a tale discriminazione le associazioni hanno diritto al risarcimento del danno (che nella specie è stato quantificato in 3340 euro)

Corte d’Appello di Venezia, sentenza 18 gennaio 2019

Il comportamento dell’INPS, consistente nel rigetto della domanda di assegno di natalità previsto dall’art. 1 comma 125 della legge n.190 del 2014 proposta da un cittadino straniero titolare di permesso unico lavoro, costituisce discriminazione perché viola il principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98; tale principio è direttamente applicabile nell’ordinamento interno in quanto la norma risulta incondizionata, dotata di efficacia diretta e di portata auto esecutiva nel senso che trova ingresso nell’ordinamento interno senza necessità di alcuna norma di recepimento e si colloca, per la gerarchia delle fonti normative, al di sopra della legislazione nazionale imponendone la disapplicazione in caso di contrasto

Corte d’Appello di Milano, sentenza 17 gennaio 2019

Sussiste il diritto a percepire la pensione di invalidità di cui all’art. 12 L. 118/71 per il cittadino straniero extra UE alle medesime condizioni documentali ammesse per i cittadini italiani e quindi mediante autocertificazione dei redditi prodotti all’estero in quanto la disciplina delle autocertificazioni, prevista da una norma regolamentare, nella parte in cui consente ai cittadini di Stati non appartenenti all’Unione regolarmente soggiornanti in Italia la possibilità di utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli artt. 46 e 47 del DPR 445/2000 limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti non certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani, contrasta con il principio di parità di trattamento ai sensi dell’art. 2 comma 5 del TU in materia di immigrazione

Corte d’Appello di Torino, sentenza 19 dicembre 2018

Il diritto alla indennità di maternità di base di cui all’art. 74 Dlgs 151/01 non è soggetto al termine di prescrizione di un anno di cui all’art. 6 L. 138/43 che è applicabile alla sola indennità di maternità ordinaria. Pertanto lo straniero titolare di permesso unico lavoro, al quale detta indennità spetta per effetto dell’art. 12 direttiva UE 2011/98, ha diritto di ottenerla anche se, dopo aver tempestivamente proposto domanda al Comune di residenza entro 6 mesi dalla nascita del figlio, ha poi lasciato decorrere oltre un anno prima di agire in giudizio.

Corte d’Appello di Torino, sentenza 27 novembre 2018

Sussiste discriminazione per il mancato riconoscimento dell’assegno di maternità alle lavoratrici madri cittadine di Paesi extra-UE legalmente soggiornanti in Italia a fini lavorativi poiché la clausola di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98/UE è direttamente applicabile nell’ordinamento nazionale e l’obbligo di applicazione diretta delle Direttive auto esecutive, indipendentemente dal recepimento da parte...

Corte d’Appello di Milano, sentenza 22 ottobre 2018

Sussiste il diritto all’esenzione del pagamento del ticket sanitario di cui all’art. 8 comma 16 L. 537/1993 e deve essere riconosciuto in favore del richiedente asilo anche avendo riguardo alla sua mera non contestata condizione di “ non occupazione”. La fruizione di agevolazioni di carattere sociale è infatti da estendersi, ai sensi dell’art. 19 co....

Corte d’Appello di Milano, sentenza 22 ottobre 2018

Sussiste una discriminazione per nazionalità per quanto riguarda le somme corrisposte dai cittadini stranieri a titolo di tassa per il rinnovo del permesso di soggiorno, allorché tali somme sono state indebitamente versate in quanto sorrette da normativa dichiarata illegittima per contrasto con le disposizioni comunitarie. La violazione della direttiva 2003/109/CE consente al cittadino straniero, che ha pagato l’importo sproporzionato rispetto al contributo richiesto al cittadino italiano per documenti di analoga natura, di ottenere a titolo di risarcimento del danno patrimoniale, l’importo in eccedenza versato.

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 5 settembre 2018

La norma che disciplina il premio alla nascita non introduce alcuna limitazione per quanto attiene al diritto alla prestazione delle cittadine extracomunitarie. E’ indubbio che la volontà del legislatore sia stata quella di garantire la prestazione con la massima ampiezza, avendola addirittura sganciata da qualsiasi limite di reddito e non avendo previsto alcuna limitazione per quanto riguarda la platea delle destinatarie, cittadine italiane o straniere. L’interpretazione dell’art.1, comma 353, della l.232/2016, sostenuta dall’Inps, non trova adeguato supporto né nella legge, né nei principi dell’ordinamento italiano, né in quelli dell’ordinamento comunitario, e che la stessa, come affermato dal giudice di primo grado, finisca per creare una discriminazione – oggettiva – nella fruizione del beneficio da parte delle cittadine extracomunitarie (titolari di regolare permesso di soggiorno in Italia), rispetto alle cittadine italiane e comunitarie.

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 30 luglio 2018

Rendere economicamente gravosa in modo non proporzionato la richiesta di rilascio di certificazione alloggiativa incide su diritti non meramente patrimoniali ma fondamentali dell’individuo; in ciò va ravvisata la natura indirettamente discriminatoria dell’aumento che per la sua entità e per il rango degli interessi coinvolti, conduce al risultato di svantaggiare il cittadino straniero, creando un ostacolo, che può divenire anche preclusivo allo svolgimento di diritti umani e libertà fondamentali, a danno quindi di una categoria connotata da una qualità protetta, costituita dalla nazionalità

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 16 luglio 2018

La norma interna che nel disciplinare l’assegno per il nucleo familiare non consente, per soli cittadini stranieri, il computo nel nucleo familiare dei familiari a carico residenti all’estero, introduce un regime diverso rispetto a quello previsto per i cittadini italiani e si pone in contrasto con il principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 11 della direttiva 2003/109, non derogabile per le prestazioni di natura assistenziale ed essenziale come quella in questione; pertanto l’art. 2, comma 6bis, L. 153/88 deve essere disapplicato e, qualora il rapporto di lavoro sia cessato, l’obbligazione di corresponsione del trattamento grava sull’Inps.

Corte d’Appello di Firenze, sentenza 28 giugno 2018

Il requisito del soggiorno legale in Italia per dieci anni continuativi previsto dall’art. 20, comma 10 D.l. 112/2008 conv. L. 133/2008, ai fini dell’erogazione dell’assegno sociale di cui all’art. 3, comma 6, L. 335/1995, supera l’esigenza del possesso della carta di soggiorno di lungo periodo costituendo prova sufficiente il possesso di più permessi di soggiorno reiterati della durata complessiva e continuativa di dieci anni e l’iscrizione anagrafica. Qualora il richiedente sia iscritto all’anagrafe per il predetto periodo è onere dell’INPS provare che il soggiorno in Italia sia stato interrotto per significativi periodi.

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