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Tribunale di Torino, ordinanza 12 giugno 2018

L’Avviso pubblico per la selezione di personale esterno per il profilo di mediatore culturale che limita l’accesso ai soli cittadini italiani e ai soggetti individuati dall’art. 38 del D.lgs 165/2001 è discriminatorio in quanto, non trattandosi di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, deve essere consentita la partecipazione di tutti i cittadini di Paesi terzi in possesso di un titolo di soggiorno che consenta di lavorare.

Tribunale di Milano, ordinanza 11 giugno 2018

Il DPCM 174/94, nella parte in cui riserva ai cittadini italiani l’accesso a interi comparti dell’amministrazione senza valutare se i singoli “posti e funzioni” comportino l’esercizio di poteri pubblici, si pone in contrasto con l’art. 38 Dlgs 165/01 e con la giurisprudenza della CGUE relativa alla applicazione dell’art. 45, comma 4, TFUE. Pertanto il bando del Ministero della Giustizia che prevede il requisito della cittadinanza italiana per l’accesso alla funzione di mediatore culturale in carcere deve ritenersi illegittimo e pertanto discriminatorio in ragione della nazionalità, con conseguente ordine all’amministrazione di riaprire il bando prevedendo l’accesso ai cittadini dell’Unione e alle categorie di cittadini extra UE di cui al citato art. 38.

Tribunale di Bergamo, ordinanza 7 giugno 2018

La negazione del premio alla nascita di cui all’art. 1, comma 353 della L. 232/2016 alle cittadine extracomunitarie non in possesso di permesso di lungo periodo, introdotta in via amministrativa per mezzo di una circolare che ha esteso a suddetto beneficio i medesimi requisiti previsti per il bonus bebè, costituisce una condotta discriminatoria sia in quanto non sussiste alcuna disposizione normativa che attribuisca all’Inps il potere di derogare ad una fonte normativa di rango primario, sia perché una tale limitazione contrasta con il principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98 che in quanto sufficientemente chiaro preciso e incondizionato è dotato di diretta applicabilità; pertanto la disposizione nazionale contrastante deve essere disapplicata e la condotta discriminatoria eliminata.

Tribunale di Milano, ordinanza 6 giugno 2018

La condotta discriminatoria per molestia di cui all’art. 2, comma 3, D.lgs 215/2003 è integrata qualora le dichiarazioni rese siano tali da creare un clima ostile (cioè volto a diffondere odio e ad escludere i destinatari dalla compagine sociale), degradante (in quanto in grado di colpire in modo offensivo ed avvilente la dignità dei gruppi sociali) e umiliante, per la gratuita attribuzione di qualità inferiori per etnia e nazionalità; né può ritenersi che le espressioni utilizzate rientrino nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero politico qualora chi ricopre incarichi politici e istituzionali non abbia bilanciato le espressioni utilizzate con il rispetto e la dignità dei soggetti a cui si riferisce. La tutela del diritto all’eguale dignità e dell’accesso paritario ai diritti fondamentali è frustrata da tale comportamento discriminatorio e pertanto le associazioni aventi tale scopo statutario hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale.

Tribunale di Pavia, ordinanza 6 giugno 2018

La mancata concessione ai cittadini di paesi terzi, titolari di permesso di soggiorno a fini lavorativi, i cui familiari a carico risultino residenti all’estero, dell’assegno per il nucleo familiare di cui all’art. 2, L. 153/1988, costituisce una discriminazione collettiva per ragioni di nazionalità per violazione del principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 12 della direttiva 2011/98 e all’art. 11 della direttiva 2003/109; pertanto la norma di cui all’art. 2, comma 6bis, L. 153/1988 deve essere disapplicata nella parte in cui, a differenza di quanto previsto per i cittadini italiani, consente il computo nel nucleo familiare dei soli familiari residenti sul territorio nazionale.

Corte Costituzionale, sentenza 25 maggio 2018

Il titolo di precedenza della residenza quindicennale nella Regione per l’accesso agli asili nido, introdotto dalla L.R del Veneto 6/17, non ha alcun collegamento con la funzione sociale ed educativa di detto servizio sociale (che deve invece rispondere a finalità di uguaglianza sostanziale) né può essere giustificato con l’argomento del contributo pregresso alle finanze pubbliche; inoltre, detto titolo di precedenza contrasta con il principio di libera circolazione nell’Unione ex art. 21 TFUE e con il divieto di porre ostacoli alla mobilità tra le Regioni ex art. 120 Cost. Pertanto la norma regionale che sostituisce la precedenza per i bambini a rischio di svantaggio sociale, con i figli di genitori con residenza quindicennale deve essere dichiarata incostituzionale per violazione degli artt. 3, 117 e 120 Cost.

Corte Costituzionale, sentenza 24 maggio 2018

Il requisito di dieci anni di residenza consecutivi nel territorio nazionale richiesto per i soli cittadini provenienti da paesi terzi ai fini dell’accesso all’edilizia residenziale pubblica introdotto con la L.R. Liguria 13/17 è irragionevole e sproporzionato in quanto si risolve in una forma di discriminazione nei confronti degli extracomunitari che si pone in contrasto con il principio di parità di trattamento di cui all’art. 11 della direttiva 2003/109; pertanto l’art. 4, comma 1, della legge, che introduce il suddetto requisito, è costituzionalmente illegittimo per contrasto con l’art. 117, primo comma Cost.

Corte d’Appello di Firenze, sentenza 22 maggio 2018

Il cittadino extra UE che non è titolare di permesso di lungo periodo ha comunque diritto di beneficiare dell’assegno sociale di cui all’art. 3, comma 6, L. 335/95, poiché l’introduzione successiva del requisito di 10 anni di legale soggiorno in via continuativa per cittadini italiani e stranieri ad opera dell’art 20 comma 10 d.l. 112/2008 conv. L. 133/2008 ha implicitamente abrogato il requisito del permesso di lungo periodo previsto dall’art. 80 comma 19 della L. (finanziaria) n. 388/2000. Qualora il richiedente sia iscritto all’anagrafe per il predetto periodo è onere dell’INPS provare che il soggiorno in Italia sia stato interrotto per significativi periodi.

Tribunale di Torino, ordinanza 18 maggio 2018

Non essendo applicabile alle società a partecipazione pubblica l’art. 38 D.lgs 165/2001, che limita il novero dei soggetti che possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche, e non trovando nemmeno applicazione il principio di eterointegrazione, in ragione del fatto che l’illegittimo contenuto costituisce una discriminazione in quanto idoneo a dissuadere fortemente i candidati dal presentare le proprie candidature, è discriminatorio il bando per l’assunzione di operai addetti alla manutenzione del verde pubblico nella parte in cui esclude i cittadini provenienti da paesi terzi.

Corte d’Appello di Milano, sentenza 15 maggio 2018

L’individuazione da parte dell’Inps, con Circolare n. 39 del 2017, dei requisiti necessari ai fini dell’erogazione del premio di natalità di cui all’art. 1, comma 353, L.232/2016, oltre che illegittima in quanto introduce in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore, va qualificata come discriminatoria in quanto esclude dal beneficio per ragioni di nazionalità e senza alcuna ragionevole motivazione una parte delle donne residenti in Italia.

Corte d’Appello di Genova, ordinanza 9 maggio 2018

L’appello ex art. 702 quater avverso l’ordinanza emessa a seguito di azione antidiscriminatoria ex art. 28 Dlgs 150/11, deve essere proposto - seppur avanti la Sezione Lavoro, trattandosi di controversia di natura assistenziale - con atto di citazione o anche con ricorso, a condizione che quest’ultimo sia notificato alla parte appellata entro 30 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza. Pertanto l’appello proposto con ricorso depositato entro 30 giorni ma notificato successiavnente, deve ritenersi inammissibile.

Tar Liguria, sentenza 2 maggio 2018

L’ordinanza contingibile ed urgente che impone una serie di stringenti obblighi di informazione a carico dei titolari di immobili messi a disposizione del sistema di accoglienza dei migranti, non integra i presupposti per l’adozione di una misura extra-ordinem di questo tipo non sussistendo alcun pericolo irreparabile e imminente per la pubblica incolumità ma solo difficoltà per l’amministrazione comunale e per la cittadinanza derivanti dalla presenza dei richiedenti asilo; pertanto l’ordinanza deve essere annullata.

Tribunale di Bergamo, ordinanza 23 marzo 2018

L’assegno di maternità di base di cui all’art. 74 D.lgs 151/2001 rientra tra le prestazioni di maternità connesse alla nascita del figlio ed al possesso di redditi entro determinati limiti previste dal regolamento CE 883/04 a sua volta richiamato dall’art. 12, comma 1, lett. e), della direttiva 2011/98 che esprime il principio di parità di trattamento. Tale principio, è chiaro, preciso e incondizionato e deve essere applicato direttamente dalle pubbliche amministrazioni; pertanto le cittadine extra UE titolari di un permesso unico lavoro hanno diritto a tale beneficio e la sua violazione costituisce discriminazione.

Tribunale di Mantova, ordinanza 10 marzo 2018

Il bonus bebè di cui all’art. 1, comma 125, L. 190/2014, in quanto destinato a sostenere i redditi delle famiglie e ad incentivare la natalità, rientra tra le prestazioni familiari di cui all’art. 3 del regolamento CE 883/2004 e pertanto il cittadino extra UE titolare di un permesso unico lavoro ha diritto a tale beneficio in applicazione del principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della direttiva 2011/98 che rinvia a detto regolamento. Tale principio, che è chiaro, preciso e incondizionato deve essere applicato direttamente dalle pubbliche amministrazioni e la sua violazione costituisce discriminazione.

Tribunale di Venezia, ordinanza 9 marzo 2018

Il comportamento dell’INPS che a fronte dell’assenza di disposizioni specifiche nella norma applicata subordina, tramite la circolare 39/2017, la concessione del premio alla nascita di cui all’art. 1, comma 353 della L. 232/2016 ai medesimi requisiti stabiliti per il bonus bebè di cui all’art. 1, comma 125, L. 190/2014, viola il principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98; pertanto subordinare la concessione della prestazione al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo crea una disparità di trattamento tra cittadini italiani e cittadini stranieri, non giustificata e la norma interna deve essere disapplicata estendendo il beneficio a tutte le madri regolarmente soggiornanti.

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