Il diritto all’identità e alla verità: di cosa ci occupiamo

Il trattamento delle persone migranti scomparse o decedute lungo le rotte migratorie comporta per gli Stati precisi obblighi giuridici, derivanti da fonti internazionali, europee e nazionali, tutti orientati alla salvaguardia della dignità umana, anche dopo la morte, e alla tutela dei diritti dei familiari.

Il Missing migrants, refugees and asylum seekers – A call to clarify their fate adottato dal Comitato su Migrazione, Rifugiati e Sfollati del Consiglio d’Europa il 13 settembre 2024, se pure non vincolante, delinea standard chiari, imponendo agli Stati di prevenire le sparizioni lungo le rotte migratorie, di istituire meccanismi efficaci di ricerca e identificazione delle persone scomparse o decedute, e di garantire la raccolta e la conservazione dei dati (ante e post mortem).

Centrale è il riconoscimento del diritto dei familiari a conoscere la sorte dei propri congiunti, che implica obblighi di trasparenza, cooperazione transnazionale e accesso alle informazioni. Tali obblighi trovano un fondamento giuridico più stringente nella Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2019.

La Convenzione impone agli Stati di prevenire e reprimere le sparizioni forzate, di indagare su ogni caso di scomparsa e, soprattutto, di garantire il diritto alla verità delle vittime e dei loro familiari. Questo diritto si estende alla sorte delle persone migranti decedute o scomparse, richiedendo agli Stati di attivarsi per l’identificazione dei resti, la loro restituzione e la comunicazione tempestiva ai familiari. Sul piano interno, le norme del codice penale relative ai delitti contro la pietà dei defunti rafforzano tali obblighi, sanzionando condotte che ledono il rispetto dovuto ai corpi e ai luoghi di sepoltura. Esse implicano, in positivo, il dovere delle autorità di assicurare trattamenti dignitosi dei resti umani, evitando pratiche di anonimizzazione o gestione negligente delle sepolture. In questa prospettiva si inserisce anche il diritto al nome, quale diritto fondamentale della persona, che si proietta oltre la morte e si traduce nell’obbligo di identificare i defunti e di registrarne l’identità. La negazione del nome, attraverso sepolture anonime o non tracciabili, incide infatti sia sulla dignità della persona deceduta sia sui diritti dei familiari.

In questo quadro normativo si colloca l’azione promossa dal progetto Medea dell’ASGI, che ha operato per l’apposizione dei nomi sulle tombe dei migranti sepolti nel cimitero di Armo, a Reggio Calabria, superando la prassi delle sepolture anonime. Tale intervento ha dato concreta attuazione agli obblighi sopra richiamati, dimostrando come il riconoscimento dell’identità dei defunti sia condizione essenziale per l’esercizio dei diritti dei familiari. In particolare, grazie all’individuazione nominativa delle sepolture, un parente ha potuto conoscere il luogo in cui era sepolto il proprio familiare e attivare le procedure per il rimpatrio della salma in Iraq, e una madre è tornata presso il cimitero Armo potendo portare un fiore sulle tombe delle due figlie, che hanno perso la vita nel naufragio di Roccella del giugno 2024. L’azione portata avanti dal progetto Medea di ASGI evidenzia come l’adempimento degli obblighi statali in materia di identificazione, registrazione e tracciabilità delle sepolture non sia solo una questione amministrativa, ma rappresenti un presupposto essenziale per la tutela effettiva dei diritti umani, tra cui il diritto alla verità, alla memoria e al lutto dei familiari.



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