Decidere sul rito funebre, un luogo di sepoltura certo per ritrovare chi si è perso, agevolare le eventuali procedure di un rimpatrio: queste le richieste alla Procura, alla Regione e al comune di Amendolara dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione che è in contatto con la famiglia di un lavoratore ucciso.
Si chiamavano Waseem Khan, 29 anni, dal Pakistan; Pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni, dall’Afghanistan: sono i quattro uomini che il 2 giugno scorso sono stati bruciati vivi all’interno di un minivan in una stazione di servizio sulla Statale 106 Jonica, in Calabria. Secondo le ricostruzioni, sono stati uccisi dopo aver richiesto il pagamento del lavoro svolto, da oltre un mese non retribuito. La loro morte parla della violenza dello sfruttamento e della condizione di irregolarità in cui vivono molte persone migranti in Italia, situazioni che ogni anno producono vittime invisibili.
Attualmente, le salme si trovano presso l’obitorio del cimitero comunale di Amendolara, sotto custodia dell’autorità giudiziaria.
Le istituzioni competenti hanno avviato alcune iniziative: il Comune di Amendolara ha iniziato a disporre i tempi e i termini delle esequie, mentre la Regione Calabria ha espresso la propria disponibilità a sostenere le spese di rimpatrio. Si tratta di segnali importanti, che ci auspichiamo si traducano in interventi tempestivi, coordinati e pienamente rispettosi dei diritti delle vittime e dei loro familiari.
In questo percorso è fondamentale garantire il pieno coinvolgimento dei familiari delle vittime. Negli scorsi giorni, le autorità hanno segnalato l’assenza di contatti diretti da parte dei congiunti; in questo quadro, è necessario considerare che questi ultimi risiedono in Afghanistan e nelle aree interne del Pakistan, contesti in cui l’accesso ai canali di comunicazione istituzionale italiani è oggettivamente difficile e limitato da ostacoli di vario tipo. Non è pertanto possibile escludere che non tutti i familiari siano stati informati del decesso.
ASGI è attualmente in contatto con la famiglia di una delle vittime, che ha già espresso la volontà di procedere al rimpatrio della salma. In data 10 giugno, inoltre, due familiari di un’altra vittima sono giunti in Italia: a testimonianza della volontà delle famiglie di partecipare attivamente alle decisioni, nonostante le rilevanti difficoltà logistiche e amministrative che devono affrontare.
Alla luce di quanto sopra, ASGI rinnova la propria disponibilità a collaborare con le autorità competenti al fine di facilitare le procedure e garantire il coordinamento degli interventi. Si rivolge altresì una richiesta puntuale: che siano concessi tempi adeguati affinché tutti i familiari possano essere informati e possano esprimere consapevolmente la propria volontà in merito alla gestione delle salme, così che possano essere accompagnati ad esercitare i loro diritti in quanto familiari. Il rispetto dei diritti fondamentali, infatti, impone di riconoscere ai familiari il diritto alla verità, il diritto al lutto e il diritto a decidere sul destino dei propri cari.
Si chiede inoltre alle istituzioni di attivarsi concretamente per sostenere le famiglie in ogni fase del percorso, favorendone il coinvolgimento e assicurando un accesso effettivo ai canali istituzionali italiani.
Le famiglie di Waseem, Pashtun, Ullah e Safi hanno il diritto di essere informate, di partecipare alle decisioni e, qualora lo desiderino, di poter avere i corpi dei propri cari. Le istituzioni hanno il dovere di rendere possibile l’esercizio di tali diritti.

