Riduzione di schiavitù in Libia confermata dalla Corte d’Assise di Agrigento

Con la sentenza della Corte d’Assise di Agrigento n.1/2018, depositata il 22 giugno 2019 ancora una conferma: i “centri di raccolta” dei migranti in Libia si rivelano, ancora una volta, luoghi di prigionia dove si subiscono trattamenti inumani e degradanti da parte delle organizzazioni criminali che li gestiscono. 

Il processo ha visto come imputato un cittadino gambiano, membro di un’organizzazione criminale che controllava e gestiva il campo di Sabratha, condannato a dieci anni di reclusione per il reato di riduzione in schiavitù – in base all’art. 600 del codice penale – per avere minacciato, usato violenza, ridotto e mantenuto in uno stato di soggezione continuativa un gruppo di migranti in attesa del viaggio verso l’Italia.

Oltre ad averli trattenuti in stato di prigionia, l’imputato esponeva a pericolo di vita le parti offese e tutti i migranti presenti sulla barca durante l’attraversata dalle coste libiche a quelle italiane: si imbarcava insieme a loro continuando a usare violenza colpendoli con pugni e una cinghia, minacciando di bucare il gommone con una cintura per farlo affondare. 

Tale pronuncia, come la sentenza della Corte d’Assise di Milano del 10 ottobre 2017 (dep. 1 dicembre 2017), conferma una persistente violazione dei diritti umani nei confronti dei migranti in Libia, come di recente ribadito anche dal Consiglio d’Europa che ha raccomandato agli Stati che partecipano ai soccorsi in mare di evitare lo sbarco dei naufraghi nel territorio libico ed in altri luoghi che non possono essere considerati sicuri in base al diritto marittimo e alle normative che tutelano i diritti umani.[1]


[1] Where member states coordinate their activities with the JRCC, this should only be done under the clear understanding that they fully retain their own responsibility for the preservation of life at sea and the respect of the non-refoulement obligation. Moreover, such coordination should only be done on the clear understanding that it may not result in the disembarkation of rescued persons in Libya, or in any other place that cannot be considered safe under maritime or human rights law [Il documento completo]

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