L’influenza dell’Unione Europea e delle organizzazioni internazionali nel fragile contesto della Bosnia Erzegovina

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Riflessioni, contributi e spunti sul ruolo delle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea e sui devastanti effetti in un paese fragile nel quale nuove forme di solidarietà e resistenza prendono vita. Articolo scritto da Sophie Anne Bisiaux di Migreurop a seguito di un lungo sopralluogo nei territori balcanici.

Alle porte dell’Unione europea, la Bosnia ed Erzegovina è diventata un nuovo “hotspot”. Anche se il numero di persone bloccate in questo piccolo paese balcanico, costellato di colline e montagne, è limitato, la loro situazione è catastrofica. Secondo le cifre ufficiali, il numero di migranti è stimato a 8.000, di cui circa 2.000 vivono per strada. Le immagini sono terribili, la situazione umanitaria disastrosa. Ma questa escalation si basa su un sistema: perpetua l’immagine di una crisi di cui l’Unione Europea e i suoi leader politici hanno bisogno per giustificare la loro politica di dissuasione dell’immigrazione.

Dal 2018, il territorio della Federazione di Bosnia ed Erzegovina è diventato un’area importante per l’esternalizzazione delle frontiere esterne dell’UE. Attraverso la pressione finanziaria e politica, gli stati lungo la rotta balcanica stanno diventando più strettamente legati all’area Schengen e all’Unione. Così facendo, l’UE può imporre la sua politica migratoria in questi paesi. I campi sono allestiti, la registrazione e il monitoraggio dei migranti sono migliorati. I rispettivi governi sono spinti a concludere accordi di riammissione con paesi come il Pakistan – tutto grazie e con il sostegno finanziario dell’Unione europea e dei suoi partner. In tre settimane, abbiamo visitato Sarajevo, Zenica, Banja Luka e molti posti nel cantone di Una-Sana, al confine con la Croazia. Nelle conversazioni con decine di migranti, attivisti, rappresentanti di organizzazioni internazionali e residenti, abbiamo cercato di capire la complessità della situazione.

Gli accordi del dopoguerra e un bilancio a 25 anni dell’accordo di Dayton

Nel 1995, l’accordo ha messo fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Ha diviso il paese in due: la Repubblica Srpska (Repubblica Serba) e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, oltre al distretto di Brcko, ufficialmente amministrato da entrambe le repubbliche. La guerra, Dayton e i vecchi conflitti: ovunque andassimo, si parlava di tutto questo. I traumi sono onnipresenti e la pace rimane fragile. Il ruolo  delle organizzazioni internazionali durante la guerra e nella ricostruzione postbellica della Bosnia ed Erzegovina appare controverso. I critici descrivono l’accordo di Dayton come un eccellente esempio di pacificazione neoliberale. “Dal 1995, la Bosnia-Erzegovina è una specie di protettorato: invece delle autorità, sono le organizzazioni internazionali e i loro dirigenti a decidere. È impossibile capire la situazione attuale senza fare riferimento al sistema che è stato istituito dopo la guerra. Tanti conflitti e traumi sono stati finora ignorati“, spiega Gorana Mlinarević. Secondo l’attivista femminista ed esperta di conflitti di Sarajevo, questo fenomeno è strettamente legato agli attuali conflitti e alle sfide migratorie: “negli ultimi 25 anni, lo stato è stato portato a esternalizzare il suo settore sociale. Questa è esattamente l’idea della costruzione della pace neoliberale: creare uno stato capitalista attraverso la privatizzazione, in cui le ONG e le organizzazioni internazionali hanno un ruolo di primo piano nel campo sociale”.

Come risultato, ci troviamo di fronte a uno stato che è ora in gran parte disfunzionale. Questo è anche il motivo per cui l’Unione ora assegna i fondi per la gestione delle migrazioni all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e non ai ministeri locali degli affari interni. Questa strategia è problematica perché mentre i ministeri, per quanto corrotti e disfunzionali, sono quantomeno responsabili nei confronti della popolazione locale, l’agenzia delle Nazioni Unite non lo è. L’Organizzazione riceve infatti fondi dall’UE e, di conseguenza, è responsabile solo verso l’UE. Questo schema è ribadito da un recente rapporto pubblicato dalla stessa agenzia ONU con sede a Ginevra: “Una volta che l’UE ha stabilito l’ammontare dei fondi da assegnare, le priorità e il budget saranno determinati in un incontro tra i rappresentanti della delegazione UE in Bosnia ed Erzegovina, il Ministero degli Interni della Bosnia ed Erzegovina, l’OIM e i suoi partner ONU, e il Danish Council for Refugees (Consiglio danese per i rifugiati). La decisione finale sull’assegnazione e sul bilancio spetta al donatore.

L’OIM come estensione diretta dell’Unione Europea

Secondo un rapporto pubblicato a gennaio, l’OIM a partire dal giugno del 2018 ha ricevuto dall’Unione circa 80 milioni di euro. Quell’Unione, che se ne sta pigramente dall’altra parte del confine, limitandosi a osservare i maltrattamenti e le violenze inflitte alle persone in fuga. Le cifre pubblicate di recente illustrano come l’OIM sta investendo i milioni dell’UE: 3,4 milioni di euro sono stati utilizzati per il sostegno diretto alle autorità bosniache. Gran parte di questa voce di spesa è stata destinata ad attrezzature di sicurezza come droni, termocamere o veicoli per le unità di polizia locali e nazionali. A titolo di esempio 30 veicoli speciali sono stati acquistati per la polizia del cantone Una-Sana. Si tratta dello stesso corpo di polizia che dal 2018, per ordine del governo cantonale, effettua controlli illegali degli autobus a Kljuc. Le persone migranti da loro intercettate devono poi proseguire a piedi nel tentativo di raggiungere uno degli accampamenti o trovare riparo nelle foreste o negli edifici in rovina. Il campo di Bihac è a più di 100 chilometri dal confine. Anche l’equipaggiamento protettivo per le forze di polizia locali, vale a dire caschi, stivali e attrezzatura antisommossa, è stato finanziato dai fondi dell’OIM. La maggior parte della spesa, quasi 40 milioni di euro, è inclusa sotto la voce “aiuti umanitari”, tra i quali  la manutenzione dei campi, incluse le misure di sicurezza associate. L’OIM è responsabile dell’istituzione e del funzionamento di vari campi: due a Sarajevo (Usivak e Blazuj) e tre nel cantone di Una-Sana (Borici, Sedra e Miral, poiché l’OIM si è ritirata da Lipa alla fine di dicembre). Nonostante un budget considerevole, tutti i resoconti dai campi profughi sono agghiaccianti. I residenti di Blazuj ci hanno rivelato che a volte devono fare la fila per due ore per avere un pasto. Il campo fuori Sarajevo è irrimediabilmente sovraffollato, la scabbia è dilagante, la tensione e la violenza tra i residenti e le guardie di sicurezza private è costante. Durante una breve visita al campo di Miral, vicino a Velika Kladusa, ci siamo imbattuti in un campo incredibilmente affollato: originariamente costruito per 700 persone, attualmente ci vivono più di 1100 persone, stipate in un corridoio o accalcate su letti a castello. A parte gli operatori, nessuno indossava una mascherina durante la nostra visita. Mentre si spendono milioni per espandere la tecnologia di sorveglianza, la cooperazione transfrontaliera in materia di sicurezza e gli armamenti, non vengono stanziate risorse per le maschere protettive dal Coronavirus. In Bosnia ed Erzegovina circa 8.000 migranti sono attualmente bloccati.  E’ difficile capire perché le loro condizioni di vita sono così precarie nonostante un budget multimilionario e le numerose organizzazioni internazionali esperte che lavorano sul campo. “Questa non dovrebbe essere una crisi”, ci è stato detto più e più volte dalle persone coinvolte e dagli attivisti. Quella che sta succedendo in Bosnia non è una crisi migratoria, ma una crisi sociale basata su una politica di frontiere chiuse, portata avanti sulle spalle dei rifugiati che devono sopravvivere in campi sovraffollati o a temperature sotto lo zero in rifugi fatiscenti o foreste innevate. Ci sono innumerevoli rapporti  che denunciano le precarie  condizioni, la cattiva gestione, gli investimenti “problematici” in una regione in conflitto con dubbi partner commerciali e crescente violenza nei campi. Tra gente del posto, attivisti internazionali e residenti del campo, non abbiamo incontrato quasi nessuno che potesse parlare bene dell’agenzia ONU per la migrazione.

L’attuazione della politica migratoria dell’UE da parte dell’OIM ha riacceso vecchi conflitti ed esacerbato le tensioni all’interno delle fragili componenti della società bosniaca del dopoguerra. E l’OIM? Invece di rivolgersi all’Unione per esigere la fine della violenza e della politica di chiusura delle frontiere (nessuno stato dell’UE ha accettato di accogliere i migranti bloccati in Bosnia-Erzegovina), si rivolge alle autorità locali per chiedere la fine dell'”attuale impasse” legato alla contingente tragica situazione del centro di Lipa. Il quadro delineato si  accompagna ad una copertura mediatica che ritrae una Bosnia-Erzegovina spietata: una popolazione xenofoba, composta da politici locali fascisti, da un governo incompetente e dalla violenza generalizzata. La giornalista e attivista Nidzara Ahmetasevic intravede in questo approccio  il rischio di una “demonizzazione” dei Balcani: “L’OIM e altri attori ritraggono i Balcani come il luogo del male. Purtroppo, lo stesso vale per un certo numero di volontari internazionali”. È un retorica  molto neo-coloniale che  presenta la Bosnia, e soprattutto il suo popolo, come un soggetto ostile. Quello che  dimentica di sottolineare è che sono le organizzazioni internazionali a prendere le decisioni. La Bosnia non ha poteri propri, non è uno stato funzionante. Sono l’OIM, l’UE, l’UNHCR che impongono la loro agenda ed esternalizzano le conseguenze della loro politica di chiusura delle frontiere in Bosnia.

Fino a che punto le politiche definite dall’UE e attuate dalle organizzazioni internazionali in Bosnia-Erzegovina siano finalizzate ad affrontare le sfide umanitarie rimane poco chiaro. Ma probabilmente non è questo l’obiettivo, perché la politica degli hotspot è una politica di deterrenza: partendo dall’assunto che un sistema pieno di violenza scoraggi le persone dal cercare la strada per l’Europa, la violenza alle frontiere, i campi, i rimpatri forzati sono parte integrante di questa politica. In Bosnia ed Erzegovina in particolare, sta diventando chiaro che non si tratta tanto di avere campi migliori, ma che il problema sta nel diritto limitato ed esclusivo alla libertà di movimento: “Queste persone hanno attraversato dieci confini nelle circostanze più avverse. Cosa pensa davvero l’UE, che si arrenderà adesso? Non succederà“, riassume Sanela Klepic, una attivista del villaggio di Velecevo, vicino a Kljuc.

Solidarietà femminista

Durante il viaggio, abbiamo incontrato molti attivisti in diversi luoghi. Mentre l’UE e l’OIM gestiscono sostanzialmente il fenomeno migratorio, centinaia di volontari lavorano dietro le quinte. Contrastano la politica migratoria dell’UE con un po’ di umanità. Ma queste azioni vengono annullate dalle politiche sovraordinate: gli abitanti della regione sono di solito menzionati solo in relazione alla xenofobia o agli attacchi ai migranti. L’industria umanitaria mette in ombra la consolidata solidarietà su piccola scala che esiste in Bosnia ed Erzegovina. Eppure è essenziale. E, soprattutto, è straordinaria.

Si tratta spesso di donne che hanno creato una sorta di rete in tutto il paese. “Questa rete ci dà una forza enorme nella Bosnia-Erzegovina patriarcale: lottiamo non solo per i diritti dei migranti, ma anche per una società solidale in quanto tale, e dimostriamo che possiamo organizzarci come donne“, ci ha detto Klepic a cena in un ristorante della piccola città di Kljuc, al confine tra il cantone di Una-Sana e la Repubblica di Srpska. Insieme a suo padre, ha avviato un programma per sostenere i viaggiatori che vengono fatti scendere dall’autobus subito dopo il confine dalla polizia locale, su ordine del governo cantonale. Partendo dal nulla e con solo due persone, ora hanno un gruppo di lavoro, servizi igienici, piccoli ripari per passare la notte, oltre ad  un distributore di sacchi a pelo e altri beni di prima necessità. Tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto di volontari e al sostegno finanziario della Croce Rossa bosniaca. “Voglio trasferirmi a Sarajevo e iniziare un progetto che crei un collegamento tra la popolazione locale, i migranti, i volontari internazionali e le organizzazioni“, dice. Vuole utilizzare le esperienze degli ultimi anni per estendere e rafforzare la rete di solidarietà: nello spirito dei Corridoi di solidarietà, dal mare alle città. La solidarietà invisibile in Bosnia-Erzegovina è reale, anche se è sotto pressione in alcuni luoghi e anche se le tendenze xenofobe e la violenza contro i migranti sono in aumento. Ma a Sarajevo, a Zenica – con due giovani sorelle che hanno creato autonomamente una rete di sostegno – o a Velecevo – con Sanela Klepic – e in molti altri luoghi, la resistenza contro la violenza del regime migratorio e la solidarietà con le persone in fuga hanno molti volti e molte storie. Anche la maggior parte dei migranti la vede così: “In nessun altro posto la gente è stata così gentile con noi” dicono molti, riferendosi ai loro alleati. Ma il loro obiettivo rimane l’UE. Continueranno a sfidare la politica migratoria dell’UE e il suo violento regime di frontiera e a rivendicare il loro diritto alla libertà di movimento. E l’UE? Continua a chiudersi in se stessa. A tutti i costi.