Sui soccorsi in mare serve un cambio di strategia

L’obbligo degli Stati di garantire lo sbarco in un luogo sicuro delle persone soccorse in mare nel più breve tempo possibile non può in alcun caso essere condizionato dalla disponibilità di altri Stati ad accogliere successivamente le persone sbarcate. Servono azioni giudiziarie per tutelare i diritti delle persone soccorse e per porre un freno alle sconsiderate politiche europee e dei singoli Governi .

 

Comunicato stampa dell’ASGI

ASGI: Sui soccorsi in mare siamo tutti coinvolti.Vicini alle ONG ma serve un cambio di strategia e l’Unione Europea deve stare dalla parte dei diritti delle persone

Nei giorni in cui si moltiplicano le morti in mare e Sea Watch ha a bordo 47 persone che rischiavano il naufragio nel tentativo di fuggire dalla Libia, ASGI esprime forte preoccupazione per le politiche inerenti l’accesso a un porto sicuro nelle operazioni di soccorso in mare e invita la Commissione Europea ad assumersi le proprie responsabilità.

Nel corso degli ultimi mesi le operazioni di soccorso in mare sulla rotta libica, condotte dalle ONG, si sono concluse con faticose contrattazioni politiche con singoli paesi membri dell’UE e hanno condotto allo sbarco delle persone soccorse a Malta o in Spagna, con la promessa di altri stati membri di accogliere le stesse in applicazione di una sorta di relocation.

L’incapacità dei Governi di trovare un accordo sulla riforma del Regolamento Dublino, come invece fatto dal Parlamento europeo, determina continue tensioni tra gli stessi Governi e la necessità di trovare soluzioni ad hoc al momento basate solo sulla adesione volontaria degli Stati.

Appare necessario ricordare che l’obbligo degli Stati di garantire lo sbarco in un luogo sicuro delle persone soccorse in mare nel più breve tempo possibile, sancito dalla normativa internazionale e nazionale, non può in alcun caso essere condizionato dalla disponibilità di altri Stati ad accogliere successivamente le persone sbarcate.

Inoltre, ASGI invita le ONG che operano o si accingono a fare operazioni di soccorso in mare a ricorrere alle strade più prettamente legali e ad adire le Corti nazionali e internazionali per consentire formalmente l’esercizio dei diritti riconosciuti dagli ordinamenti europei a tutte le persone che si trovano in condizioni di pericolo in mare, a prescindere dalla loro condizione giuridica.
ASGI ritiene, infatti, che percorrere esclusivamente la via della contrattazione politica caso per caso, di fatto tenendo in ostaggio i migranti, oggi più che mai, non possa che condurre a soluzioni che si pongono in aperta violazione dei diritti delle persone soccorse contribuendo a rendere sistematico l’utilizzo di pratiche politiche che si pongono al di fuori del quadro normativo dell’Unione europea e del diritto internazionale in materia di soccorso in mare e diritto d’asilo, come accaduto per la “soluzione” trovata sotto il controllo della Commissione europea dopo ben 19 giorni di attesa in mare per chi si trovava a bordo della nave di Sea Watch.
ASGI incoraggia il fondamentale intervento di soccorso operato dalle ONG nel Mediterraneo lungo la rotta libica e invita queste ultime a favorire e promuovere l’esercizio del diritto all’accesso tempestivo a un porto sicuro a seguito dei salvataggi effettuati, anche tramite azioni giudiziarie, che in caso di esito positivo potrebbero meglio tutelare gli interessi dei soggetti coinvolti anche in ottica futura. Si tratta di azioni necessarie non solo per tutelare i diritti delle persone soccorse, ma anche, più in generale, per porre un freno alle sconsiderate politiche europee e dei singoli Governi che oggi più che mai sono responsabili delle morti nel Mediterraneo.

L’ASGI, infine, esprime una ferma disapprovazione nei confronti dell’azione della Commissione Europea che, nel corso del 2017 e del 2018, ha sistematicamente evitato di azionare gli strumenti giuridici previsti dall’ordinamento europeo (ad es. avviando procedure d’infrazione contro gli Stati che hanno violato la normativa europea) e di esercitare il suo ruolo politico sui Paesi membri sia al fine di rendere effettivo il rispetto dei loro obblighi, inclusi quelli di ricerca e soccorso in mare, sia non sostenendo con maggior forza la riforma del Regolamento Dublino che vincolerebbe ad un’equa distribuzione dei richiedenti protezione internazionale nei vari Stati europei, tenendo altresì conto dei legami significativi dei richiedenti stessi .
L’appiattimento sulle posizioni dei singoli Governi si è riflesso in questi anni nella approvazione di misure inidonee ad affrontare la complessità del fenomeno dell’immigrazione e dell’asilo e nella mancanza di strumenti concreti volti ad assicurare il rispetto degli obblighi di ricerca e soccorso in mare, del conseguente tempestivo accesso ad un porto sicuro in caso di salvataggio e della non criminalizzazione delle ONG.

L’effetto di queste azioni ed omissioni è stato una drammatica contrazione del numero delle persone soccorse lungo la rotta libica, così condannate a perdere la vita durante la traversata o a essere forzatamente ricondotte nelle spaventose carceri libiche.

 

Foto credit Pixabay

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