Moria: la colpa è della politica Ue, non dei rifugiati

I leader dell’Ue devono rendere conto non solo agli elettori europei, ma anche ai soggetti delle loro politiche, inclusi i quasi 13.000 richiedenti asilo a Moria.
Articolo di Joel Hernandez pubblicato il 17 settembre 2020 in The New Humanitarian, un’agenzia di notizie specializzata in articoli riguardanti crisi umanitarie. Nostra traduzione, The New Humanitarian non è responsabile per l’accuratezza della traduzione.

A prescindere da come siano iniziati gli incendi, non è un caso che la scorsa settimana Moria, il più grande campo profughi d’Europa, abbia impiegato meno di due giorni per bruciare quasi completamente.

In cinque anni travagliati, il centro di accoglienza e identificazione di Moria sull’isola greca di Lesbo è diventato una fitta baraccopoli di strutture improvvisate altamente infiammabili, una condizione che ha causa nelle politiche di esternalizzazione dell’Ue che confinano i richiedenti asilo ai limiti dell’Europa, dove le strutture di accoglienza sono state lungamente trascurate.

Anche prima che Moria finisse di bruciare – o prima che la causa degli incendi fosse ufficialmente stabilita – i funzionari greci avevano incolpato i residenti del campo e chiesto l’espulsione degli autori. Meno di una settimana dopo, cinque ex abitanti sono stati arrestati con l’accusa di incendio doloso.

Ma incolpare solo i richiedenti asilo per l’incendio è disonesto: non solo assolve i funzionari greci dalla loro responsabilità per le condizioni in cui versava Moria, diventata ora una polveriera, ma, più in generale, assolve anche i funzionari dell’Ue dalla loro responsabilità per aver utilizzato la Grecia, in particolare le isole dell’Egeo, come scudo per proteggere il resto dell’Europa dalla pressione migratoria.

La distruzione di Moria pone l’Europa a un bivio. La prossima settimana, la Commissione europea è pronta a rilasciare un nuovo patto su migrazione e asilo. Stando alle anticipazioni, raddoppierà la sua fallimentare politica di esternalizzazione. Se sarà davvero così, ci troveremmo davanti ad un grave errore.

Molto prima che Moria bruciasse, era evidente che l’esternalizzazione e il cosiddetto approccio “hotspot” stavano fallendo, sia nell’efficacia della gestione della migrazione, sia nel mancato rispetto dei diritti e accoglienza dignitosa dei richiedenti asilo.

Tuttavia, dati gli atteggiamenti divergenti nei confronti della migrazione tra gli Stati membri dell’Ue, un cambio di rotta sembra essere politicamente impossibile.

Il problema degli hotspot

Nel 2015 l’Ue ha istituito gli hotspot in quelle regioni sotto pressione migratoria eccezionale. L’hotspot è stato pensato per aiutare le autorità locali a registrare gli arrivi dei migranti, ospitarli in condizioni dignitose e giudicare rapidamente le loro richieste di asilo.

La politica di asilo dell’Ue si trova ad affrontare una tensione posta dalla volontà degli Stati membri di prevenire la migrazione irregolare da un lato, e l’accordo di Schengen del 1985, che ha abolito i controlli alle frontiere interne nello spazio Schengen – attualmente tra 26 paesi europei – consentendo un’integrazione interna all’Unione senza precedenti.

Questa libertà di movimento, tuttavia, rende più facile per i migranti irregolari attraversare le frontiere europee interne, cambiando giurisdizione a ogni attraversamento. Il regolamento Dublino mira a prevenire questi spostamenti imponendo ai richiedenti asilo di registrarsi e presentare domanda di asilo nel primo paese dell’Ue che raggiungono. A livello pratico, l’approccio hotspot rafforza ulteriormente questa regola, costringendo i richiedenti asilo a presentare la loro domanda non solo nel loro primo paese di arrivo, ma in una regione specifica.

Il fulcro dell’approccio hotspot è il Centro di Registrazione e Identificazione (RIC) ossia la struttura dove vengono ospitati e processati gli arrivi (nell’hotspot di Lesbo, Moria era il RIC).

La direttiva sulle condizioni di accoglienza dell’Ue del 2013, la guida alle condizioni di accoglienza del 2016 dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo e la legge greca sulla protezione internazionale del 2019 offrono tutte linee guida e standard per aiutare a far funzionare i RIC.

Per anni, tuttavia, le ONG e le organizzazioni di advocacy hanno documentato le cattive condizioni e le violazioni dei diritti umani nei RIC sia in Grecia che in Italia. Nel 2019 la Corte dei conti europea ha valutato l’intera rete e ha riscontrato che, su tutta la linea, gli hotspot non stavano adempiendo al loro mandato.

Le pressioni a Moria

Ben prima che Moria bruciasse, le condizioni all’interno erano orribili. I richiedenti asilo vivevano in mezzo a cumuli di immondizia e acque nere, con acqua corrente intermittente e copertura elettrica limitata. L’accesso all’assistenza legale e medica era estremamente limitato e la sicurezza fisica, soprattutto per donne e ragazze, praticamente inesistente.

L’anno precedente, cinque grandi incendi erano scoppiati nei RIC in Grecia: due a Moria, nel settembre 2019 e nel marzo 2020 (causando diverse vittime); un altro al RIC di Vial, nella vicina isola di Chios, nell’aprile 2020; e altri due presso l’hotspot di Vathy, più a sud dell’isola di Samos, nell’ottobre 2019 e nell’aprile 2020.

Nonostante queste sfide, gli abitanti di Moria avevano mostrato una notevole capacità di recupero negli ultimi cinque anni. Avevano organizzato scuole, sale di preghiera, mercati e spazi comunitari, colmando le lacune lasciate da un sostegno tristemente insufficiente da parte delle autorità.

Questa resilienza è stata messa alla prova a marzo, quando il COVID-19 è arrivato a Lesbo.

Il 17 marzo 2020, le autorità greche hanno imposto il lockdown in tutti i RIC dell’Egeo, limitando drasticamente l’ingresso e l’uscita, sia per accedere a servizi o semplicemente per il tempo libero. Se la condizione anche psicologica a Moria era da tempo disastrosa, il lockdown l’ha spinta al limite. Decretato inizialmente per sole due settimane, il lockdown è stato rinnovato per tutta la primavera e l’estate, intrappolando i richiedenti asilo a Moria per oltre sei mesi.

In tutto questo, la minaccia di COVID-19 incombeva su Moria come la Spada di Damocle, materializzandosi finalmente all’inizio di settembre. Le autorità sanitarie hanno immediatamente ordinato un lockdown totale e hanno iniziato a testare gli abitanti. L’8 settembre, il ministero della Migrazione ha confermato che a Moria erano stati identificati 35 casi positivi.

Quella notte, il fragile equilibrio di Moria crolla. Tuttavia, non si può affermare che gli incendi che ne sono seguiti siano stati il motivo per cui l’approccio all’hotspot si è dimostrato fallimentare: i RIC greci come dignitose strutture di accoglienza e strumenti efficaci per la gestione della migrazione si dimostrano fallimentari in modo continuo e inequivocabile sin dal loro lancio.

Il punto della situazione

Salvo un drastico cambiamento di rotta, il prossimo Patto sulla migrazione e l’asilo ratificherà l’approccio hotspot e la politica di esternalizzazione, non tanto perchè ci siano dei fattori che avvalorano questa scelta, ma piuttosto a causa del difficile procedimento decisionale dell’Ue che rende quasi impossibile qualsiasi improvvisa correzione della rotta.

Non occorre sforzo di immaginazione per prevedere il potenziale danno di questa linea di condotta, non solo per i richiedenti asilo che arrivano in Europa, ma anche per la credibilità dell’Europa come portabandiera dei diritti umani internazionali.

I leader dell’Ue devono rendere conto non solo agli elettori europei, ma anche ai soggetti delle loro politiche, inclusi i quasi 13.000 richiedenti asilo sfollati da Moria, ben prima degli incendi.

Sebbene i drammatici incidenti hotspot in Europa catturino l’attenzione solo in modo episodico, la sofferenza che i richiedenti asilo subiscono a causa delle politiche di esternalizzazione dell’UE è costante, e lo è stata per anni.

L’Ue deve ora scegliere. Può persistere con politiche che non forniscono l’efficace gestione della migrazione senza onorare gli obblighi legali e gli impegni storici dell’Europa nei confronti dei diritti umani internazionali – oppure può affrontare dure realtà politiche, superando processi decisionali inefficaci e riformando le sue politiche migratorie, elaborando un sistema più funzionale e rispettoso dei diritti.

Le braci ardenti di Moria sono un sintomo. Spetta ai politici europei curare la malattia.

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