L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mediterraneo

Quanto accaduto il 6 Novembre nel Mediterraneo centrale conferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la guardia costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.

Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata anche accertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le Autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.

E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulato lo scorso 2 febbraio dal Governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità ed i diritti delle persone.

Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al Governo italiano, con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti ed alla natura dell’accordo con la Libia: la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia ed al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.

Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto ed al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.

La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).

L’Italia, invero, altro non fa che delegare i respingimenti, le torture ed i trattamenti inumani alla Libia con prassi già condannata dalla Cedu con la nota sentenza Hirsi contro Italia.

Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.

Per fare questo l’Unione europea e l’Italia devono, quantomeno:

  1. Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, ed assicurare il principio di libertà di circolazione delle persone consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
  2. Disdettare accordi e partenariati con Stati (o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari della principali convenzioni internazionali in materia e, comunque, Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo Paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
  3. Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniere per limitare o impedire il diritto di lasciare un certo Paese da parte di migranti e richiedenti asilo e, comunque, non fornire assistenza a Paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a Paesi i cui regimi non siano democratici;
  4. Abbandonare definitivamente l’idea di potere definire alcun Paese come “sicuro” a meno che tale Paese:

a) preveda nella sua legislazione e nella prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967;

b) garantisca un regime giuridico e procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia rimpatriato in un Paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti;

c) riconosca, assicuri e protegga il diritto al lavoro dei rifugiati e delle persone ad esse assimilate, sia pur con permessi temporanei;

d) riconosca, assicuri e protegga il diritto alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini;

e) riconosca, assicuri e protegga le libertà fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.

5. Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo di un testo che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.

In ogni caso al fine di contrastare la attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli affari Esteri e del Ministero dell’interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria.

 

Foto : Pixabay

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