
Le forze dell’ordine spesso fanno dei controlli basandosi sui tratti somatici o sull’origine etnica delle persone fermate, invece che su comportamenti specifici. Si chiama profilazione etnico-razziale e in Italia è diffusa ma negata. Colpisce soprattutto persone nere, rom e di origine straniera.
Anna Brambilla (Asgi) e Luigi Mastrodonato (giornalista) alle 11 di sabato 4 ottobre hanno dialogato con Lamine Kalabane e Lucia Li di Occhio ai media – Progetto Yaya durante l’incontro “I soliti sospetti”.
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Il dibattito in breve sul sito di Cittadini del Mondo Ferrara
Profilazione razziale
Fermare o controllare una persona perché in apparenza appartiene a un certo gruppo etnico o religioso, e non per comportamenti sospetti concreti, è fare profilazione razziale. Una pratica che si basa su stereotipi e non su prove e che rappresenta una forma di discriminazione.
Diffusa soprattutto in contesti come controlli stradali, operazioni antiterrorismo o perquisizioni, la profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine rafforza pregiudizi, isola le persone razzializzate e contribuisce a renderle più vulnerabili alla discriminazione.
Dal 2021, ASGI ha sviluppato una serie di azioni di advocacy su su scala internazionale che locale oltre, azioni di contrasto delle zone rosse, e di comunicazione (abbiamo collaborato ad un’inchiesta a fumetti sul tema sulla rivista la revue) per portare la profilazione razziale all’attenzione delle istituzioni e della società civile. Questo lavoro ha preso il via a seguito del monitoraggio svolto dal Progetto ASGI Medea alla stazione di Ventimiglia che ha evidenziato l’utilizzo sistematico della profilazione razziale da parte delle forze di polizia italiane alla frontiera Italo-Francese.
Delle 247 persone sottoposte a controlli alla stazione durante il monitoraggio, soltanto 7 apparivano come persone bianche.

