Cosa resta dello stato di diritto. Le conclusioni del Convegno ASGI

Le politiche europee di contrasto alla migrazione stanno influenzando negativamente il funzionamento dei sistemi democratici e lo stato di diritto in modo analogo in diverse parti del mondo. Questo è il quadro emerso dalla conferenza internazionale “Cartografia della deresponsabilizzazione: politiche di esternalizzazione e stato di diritto”, promosso dal Progetto ASGI Sciabaca&Oruka in collaborazione con i progetti InLimine e Medea, a Roma presso la Città dell’Altra Economia il 25 e 26 settembre 2025.

L’evento ha rappresentato un momento di riflessione pubblica e confronto tra i modelli europeo, statunitense e australiano. Obiettivo primario: analizzare l’impatto generale delle politiche migratorie sui sistemi giuridici e rafforzare le strategie legali per contrastare le politiche di esternalizzazione che minano la dignità delle persone in movimento e la tenuta dell’apparato democratico.

L’espansione della deresonsabilizzazione e l’erosione dei diritti

Da almeno un decennio, si è assistito a una profonda espansione delle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, in particolare verso i paesi africani. Questa strategia, intensificatasi nel biennio 2015–2016, ha inciso gravemente sui diritti umani delle persone migranti, limitando la libertà di movimento e l’accesso effettivo alla protezione internazionale.

Come emerso dal dialogo con Giulia Crescini, Luigi Daniele e Martina Tazzioli, le politiche di esternalizzazione condividono molti tratti comuni con altre politiche di confinamento di popolazioni razzializzate. Il “filo rosso” che  unisce le politiche che legittimano l’apartheid in Israele e quelle che controllano le persone migranti in Grecia è definito da tecnologie di controllo, smantellamento della solidarietà e progressiva deumanizzazione delle persone escluse.

Dall’UE fortezza all’UE prigione

Dall’UE Fortezza all’UE Prigione. Questo passaggio sarà sancito con il Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo.

Giansandro Merli

Le politiche migratorie europee continuano ad adottare un approccio securitario finalizzato al controllo delle persone e all’impedimento della mobilità. Giansandro Merli ha sintetizzato questo passaggio con l’affermazione: “Siamo passati dall’Unione Fortezza all’Unione Prigione: un passaggio che sarà sancito con il Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo”. Il Nuovo Patto si configura come uno strumento di limitazione della mobilità e di erosione del diritto d’asilo, portando avanti accordi bilaterali e memorandum con paesi terzi. Ne abbiamo discusso con Anna Brambilla, Giansandro Merli e Lucia Gennari.

Anche i rimpatri, nelle sue diverse declinazioni, sono uno strumento delle politiche di esternalizzazione. Caterina Bove, Chiara Favilli e Giulia Vicini hanno raccontato come il nuovo regolamento rimpatri dell’Unione europea cancellerà di fatto ogni garanzia legale per le persone straniere. Non solo, i rimpatri vengono attualmente attuati anche da paesi terzi quali Libia e Tunisia attraverso i cosiddetti “rimpatri volontari assistiti”, uno strumento fuorviante per l’opinione pubblica che maschera rimpatri forzati presentandoli come volontari. Come ampiamente raccontato attraverso la campagna Voluntary Humanitarian Refusal, questi dispositivi agiscono come canali di mobilità forzata e violazione del principio di non-refoulement.

Non vittime, non criminali: le persone straniere detenute sono prigionieri politici.

Behrouz Boochani

La giornata si è conclusa con l’intervento dello scrittore e giornalista curdo Behrouz Boochani, detenuto per cinque anni sull’isola Manus, che ha condiviso la sua esperienza in dialogo con Enrica Rigo. In un contesto in cui la persona straniera viene privata della sua identità politica, Boochani ha ribaltato la prospettiva: le persone straniere detenute sono “prigionieri politici”, le rivolte nei centri di detenzione, così come le produzioni scientifiche e letterarie che espongono questa realtà (come il suo libro No Friend but the mountains), sono atti di resistenza.

Per 12 anni, il regime di detenzione offshore australiano ha inflitto danni irreparabili alle persone in cerca di asilo: oltre 14 morti, negligenza medica, violenza sessuale e famiglie separate. Non è un modello da emulare, ma una pratica nociva a cui occorre porre fine.

Arif Hussein

Il 26 settembre abbiamo aperto il Convegno mantenendo uno sguardo extra-europeo focalizzandoci sui contesti australiano e statunitense. Abbiamo approfondito con Arif Hussein come l’Australia sia stata un’avanguardia nelle politiche di esternalizzazione e di detenzione legate all’asilo, analizzandone gli effetti sulle persone coinvolte, e sul sistema istituzionale e sulla politica australiana. Stephen Manning invece ha fatto una panoramica del preoccupante stato di eccezione che sembra caratterizzare gli Stati Uniti dove si contano in media 3000 arresti arbitrari al giorno da parte dell’ICE per raggiungere l’obiettivo di deportare un milione di persone entro la fine dell’anno.

Dietro ogni muro, gabbia o checkpoint vi è una scelta su che tipo di società vogliamo essere. Quando i governi normalizzano l’esclusione, non danneggiano solo le persone migranti, ma corrodono le fondamenta stesse di giustizia e dignità che sorreggono le nostre comunità. Il modo in cui trattiamo chi cerca sicurezza è in definitiva il riflesso di chi siamo e quale futuro vogliamo costruire.

Stephen Manning

Strategie future: I workshop

La parte proattiva e strategica del convegno si è svolta durante i workshop pratici, dove sono stati presentati i risultati dei progetti Sciabaca&Oruka, Medea e InLimine di ASGI, discutendo strategie di contrasto già adottate e quelle da sperimentare in futuro.

Workshop 1: La Costruzione di Contenzioso e Supporto Legale in Albania (Progetto InLimine)

Questo workshop ha affrontato le criticità giuridiche e politiche connesse alla sperimentazione del “modello Albania” come luogo di trattenimento extraterritoriale. Partendo dall’esperienza concreta, si è discusso su come garantire l’accesso effettivo alla tutela giurisdizionale e al diritto di difesa in uno spazio dove le garanzie fondamentali risultano sistematicamente compresse.

L’obiettivo è la costruzione di un contenzioso strategico che possa mettere in discussione la legittimità sistemica del modello di esternalizzazione. Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo della società civile italiana e albanese nell’opporsi alle logiche di opacità giuridica e nel garantire presidio legale in spazi sottratti al pieno controllo democratico.

Workshop 2: La Costruzione delle Cause per l’Ingresso in Italia con Visto Umanitario. Il Caso dei Respingimenti in Mare (Progetto Sciabaca&Oruka)

Riunendo giornalisti, avvocati, attivisti e rappresentanti della flotta civile di soccorso in mare (tra cui Alarm Phone, Open Arms, MSF, Sea-Watch e SOS Méditerranée), il workshop ha analizzato l’utilizzo del visto umanitario come risposta concreta e simbolica ai respingimenti.

Si è riflettuto su come trasformare i casi di respingimento illegale in azioni giuridiche strutturate, capaci di affermare la responsabilità degli Stati e il diritto all’ingresso. Il visto umanitario è stato identificato come un valido strumento per contrastare le pratiche illegittime di contenimento e riaffermare il diritto alla mobilità e alla protezione, con uno sguardo specifico ai contesti libico e tunisino.

Workshop 3: Diritto alla Vita, Responsabilità degli Stati e Contenzioso (Progetto Medea)

Il focus di questo workshop è stato il contenzioso finalizzato ad accertare la responsabilità delle autorità coinvolte (direttamente o indirettamente) in naufragi o eventi che hanno portato alla scomparsa o al decesso di persone durante il viaggio migratorio.

Si è ragionato sulle azioni di contenzioso e pre-contenzioso utilizzate per supportare i familiari delle vittime nel conoscere la verità sulle sorti dei propri congiunti e per far rispettare gli obblighi statali legati all’identificazione e alla sepoltura. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione tra diversi attori (avvocati, professionisti e attivisti come l’Equipo Argentino de Antropologia Forense – EAAF, ECCHR) per promuovere azioni partecipate e contrastare la deresponsabilizzazione sistemica. Gli spunti condivisi dai relatori e la significativa partecipazione dei partecipanti al workshop hanno fornito interessanti stimoli per proseguire il lavoro di concettualizzazione sulle innumerevoli sfide che questa azione richiede.