La situazione in Croazia: respingimenti, accordi di riammissione, detenzione e prospettive future – Andrea Jelovcic

L’intervento analizza le pratiche di gestione migratoria in Croazia, con particolare attenzione ai respingimenti, agli accordi di riammissione bilaterali e al sistema detentivo. Nel 2024, Save the Children ha documentato quasi 2.000 casi di respingimento dalla Croazia, inclusi 333 minori. Tali pratiche, spesso accompagnate da violenze e sottrazioni di beni personali, si affiancano all’utilizzo improprio degli accordi di riammissione con Bosnia, Serbia e Slovenia, che consentono rimpatri in forma abbreviata aggirando le garanzie procedurali per i richiedenti asilo. L’analisi si estende al sistema detentivo croato, articolato nei centri di Ježevo, Tovarnik e Trilj, evidenziandone le criticità: capacità insufficiente, ricorso a luoghi di detenzione informali come stazioni di polizia, limitato accesso all’assistenza legale e presenza di minori, anche non accompagnati. L’intervento esamina infine i piani di attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, con particolare riferimento al futuro centro di screening di Dugi Dol, destinato a gestire procedure di frontiera e rimpatrio in una struttura isolata e sottratta al controllo pubblico. Viene inoltre analizzato il meccanismo di monitoraggio indipendente croato, giudicato carente sotto il profilo dell’indipendenza, della trasparenza e dell’effettività.

Andrea Jelovcic è operatrice legale presso il Center for Peace Studies (Centro Studi per la Pace), organizzazione croata con sede a Zagabria attiva da oltre vent’anni nel campo dei diritti umani. Tra le varie attività per il Centro, oltre all’assistenza legale, si occupa di diverse tematiche connesse alla tutela dei diritti fondamentali. L’organizzazione concentra la propria attività principalmente sul diritto d’asilo, sull’integrazione dei migranti nella società croata e sull’educazione ai diritti umani.

Re-writing Borders – Unmapping the map

L’intervento di Andrea Jelovcic è stato parte dell’evento Re-writing Borders – Unmapping the map organizzato dal Progetto Medea, il 3 al 6 luglio 2025 a Trieste. Con l’obiettivo di riflettere sulle politiche migratorie europee, sulle ricadute per i diritti delle persone straniere e per la tenuta della democrazia, l’evento ha riunito operatori, avvocati e attivisti in supporto alle persone straniere. 

Parte degli incontri hanno riguardato le frontiere interne dell’Unione Europea, ormai uno spazio di libera circolazione esclusivo dei cittadini europei o dei cittadini con sembianze somatiche accostabili alla “bianchezza”.  Lo abbiamo documentato sin dal 2015 raccontando e contrastando le politiche degli Stati membri che hanno progressivamente ridotto la mobilità delle persone straniere ricorrendo in maniera del tutto sproporzionata a strumenti “eccezionali”, come il ripristino dei controlli di frontiera, o illegittimi, come le riammissioni informali e in generale i respingimenti alle frontiere, attraverso strumenti di advocacy o di analisi giuridica e ad azioni di contenzioso. 

Respingimenti

I respingimenti costituiscono la pratica tradizionale con cui la Croazia affronta la questione dei richiedenti asilo, una prassi purtroppo ancora presente. Da oltre nove anni, numerosi rapporti di organizzazioni della società civile e di istituzioni hanno documentato questo fenomeno; persino alcuni agenti di polizia ne hanno parlato pubblicamente, così come il Difensore civico. Sono stati inoltre diffusi filmati che mostrano persone in equipaggiamento di polizia mentre picchiano migranti.

Per quanto riguarda i numeri, nel 2024 il team di outreach di Save the Children, operante in Bosnia-Erzegovina nel Cantone di Una-Sana, nei pressi di Bihać, ha identificato quasi 2.000 rifugiati e migranti che hanno dichiarato di essere stati respinti dalla Croazia. Tale cifra comprende 333 minori, di cui 228 non accompagnati. I respingimenti continuano ad essere frequentemente accompagnati da gravi episodi di violenza: si registrano ancora testimonianze di hijab strappati alle donne, oltre alla sottrazione di effetti personali, telefoni cellulari e denaro. Un altro elemento ricorrente nelle testimonianze riguarda persone costrette ad attraversare fiumi a nuoto, talvolta persino nel pieno dell’inverno.

Uno dei rapporti più recenti è quello di No Name Kitchen, intitolato “The Burnt Borders Report”, nel quale vengono identificati diversi siti di combustione situati ai confini croati con la Bosnia. In questi luoghi sono stati rinvenuti effetti personali quali telefoni cellulari, documenti d’identità rubati e persino occhiali, elementi che confermano quanto denunciato nel corso degli anni: le persone vengono respinte da queste località.

Accordi di riammissione

Oltre ai respingimenti, che avvengono completamente al di fuori di qualsiasi regolamentazione giuridica, esistono accordi di riammissione bilaterali stipulati dalla Croazia tempo addietro con Slovenia, Bosnia e Serbia. In base a tali accordi, le persone continuano ad essere trasferite dal territorio croato verso la Bosnia-Erzegovina, la Serbia e altri paesi. In teoria, solo chi non dispone di alcuna base giuridica per il soggiorno può essere riammesso nel paese attraverso il quale è entrato in Croazia. Pertanto, secondo la legge, tali accordi non dovrebbero applicarsi ai richiedenti asilo, i quali, dal momento in cui presentano domanda, dovrebbero essere inseriti nel sistema di protezione. Purtroppo la pratica si discosta da questo principio.

Oltre alle procedure di riammissione gestite tramite il Ministero dell’Interno croato e gli altri ministeri competenti, esiste anche la cosiddetta procedura FAST, che consente l’esecuzione della riammissione in forma abbreviata, senza seguire l’iter formale, a condizione che la persona sia stata fermata sul territorio della Repubblica di Croazia entro 72 ore dall’attraversamento illegale del confine di Stato e che il ministero fornisca documentazione a conferma di tale circostanza. In questo caso, la persona può essere riconsegnata alla polizia bosniaca senza alcuna traccia documentale.

Nella pratica, queste procedure di riammissione vengono spesso utilizzate in modo improprio. Tra le forme di abuso si registrano casi di persone che tentano di presentare domanda di asilo vedendosi negare l’accesso alla procedura e venendo comunque rimpatriate; persone trattenute per oltre 72 ore e poi rimpatriate attraverso la procedura FAST, in violazione della normativa; persone detenute per più di 72 ore senza alcuna traccia documentale, senza un provvedimento formale di trattenimento e senza il riconoscimento dei propri diritti, e ciononostante rimpatriate. Alcune testimonianze riferiscono di persone condotte verso valichi di frontiera diversi da quelli attraverso i quali erano entrate, con agenti di polizia che scattavano loro fotografie come prova della loro presenza in luoghi in cui non erano mai state. Si tratta dunque di una procedura che appare legale in superficie, ma che viene di fatto strumentalizzata per allontanare persone già presenti sul territorio croato.

Secondo il rapporto annuale della polizia per il 2024, oltre 3.000 persone sono state allontanate in base agli accordi di riammissione: più di 2.000 verso la Bosnia-Erzegovina, oltre 200 verso la Serbia, nessuna verso la Slovenia, mentre 17 persone sono state accettate dalla Slovenia. Oltre ad essere oggetto di abusi, tali procedure costituiscono purtroppo anche uno strumento efficace per violare il principio di non-refoulement, poiché nella pratica consentono rimpatri a catena, ad esempio dalla Slovenia alla Bosnia. Questi accordi di riammissione, sebbene firmati da tempo, non erano stati attuati per anni; successivamente, con il coinvolgimento di Europol, Frontex e altre grandi agenzie europee, il governo croato, in collaborazione con esse, ha ripreso i negoziati con il governo bosniaco e i rimpatri sono ripresi.

Unità mobili di sorveglianza e cooperazione internazionale

Nel quadro dell’ingresso della Croazia nello spazio Schengen, sono state introdotte alcune unità mobili di sorveglianza delle frontiere. Secondo i rapporti ufficiali della polizia, tali unità hanno condotto poco meno di 2.000 operazioni, comprendenti sia la protezione della frontiera esterna europea sia interventi alle frontiere interne e misure compensative. I rapporti della polizia relativi a tali operazioni menzionano solitamente il numero di persone rintracciate sul territorio croato, accusate sia di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sia dell’illecito amministrativo di ingresso irregolare. Le aree in cui operano queste unità mobili comprendono le zone circostanti Zagabria, ma anche Slavonski Brod e la Posavina, Sisak, Karlovac e persino Spalato e la Dalmazia.

Per quanto riguarda le tecnologie impiegate, è stato documentato l’utilizzo di droni a corto, medio e lungo raggio per la sorveglianza delle frontiere, sia internazionali con altri paesi europei sia esterne. Sul piano delle cooperazioni di polizia, si registrano collaborazioni con Italia e Slovenia, ma anche con Serbia e Bosnia. Nel 2024, ad esempio, agenti croati hanno partecipato a un’operazione congiunta di Frontex in Serbia.

Oltre alle unità mobili di sorveglianza delle frontiere, vengono attuate altre misure compensative in Croazia, conformemente agli obblighi Schengen. Tali misure sono ufficialmente finalizzate al contrasto dei trafficanti e di coloro che lucrano sulle persone in movimento, ma nella sostanza mirano anche a impedire alle persone in transito di proseguire il viaggio attraverso il territorio.

Detenzione

Le persone fermate finiscono spesso nei centri di detenzione. In Croazia esistono tre centri di accoglienza ufficiali: uno a Ježevo, uno a Tovarnik e uno a Trilj. Ježevo si trova nei pressi di Zagabria; Tovarnik è situato vicino a Vukovar, nella parte orientale del paese; Trilj è collocato nei pressi di Spalato, nel sud. Le capacità di questi centri sono tuttavia limitate e le infrastrutture inadeguate. Pertanto, oltre a queste strutture ufficiali, le persone vengono talvolta collocate in luoghi di detenzione non ufficiali, come stazioni di polizia e, più recentemente, la struttura di Dugi Dol.

Per quanto riguarda le stazioni di polizia, il monitoraggio della situazione risulta particolarmente difficile: solo il Difensore civico, in qualità di meccanismo nazionale di prevenzione, può accedervi, ma non è in grado di coprire un numero così elevato di strutture. Anche quando tenta di ottenere accesso e informazioni, gli viene spesso risposto che tali dati non vengono registrati o che i fascicoli non sono accessibili. È stato recentemente segnalato un caso in cui un’intera famiglia è stata trattenuta in una stazione di polizia, in un seminterrato privo di finestre, per sette giorni prima di essere rimandata in Bosnia attraverso gli accordi di riammissione: una palese violazione dei diritti delle persone coinvolte e dei minori. Esistono persino sentenze delle corti europee che confermano l’illegittimità di tali pratiche, che tuttavia continuano a verificarsi nella realtà croata.

Nel 2024, 786 persone sono state collocate nel centro di accoglienza di Ježevo, 823 a Tovarnik e 917 a Trilj. Non si tratta solo di uomini adulti, ma anche di donne e minori, sia accompagnati sia non accompagnati, il che rappresenta un grave problema persistente. Per quanto riguarda le condizioni in tali centri, va rilevato che nella maggior parte dei casi le famiglie non vengono separate dagli uomini adulti. In alcuni centri, come quello di Trilj, sussiste il grave problema del divieto di uscita dalla struttura: le persone sono costrette a rimanere all’interno per tutta la durata del soggiorno, che può protrarsi per due o tre mesi.

Personale di Frontex è presente in tutti i centri di detenzione croati; diversi funzionari Frontex lavorano, ad esempio, a Ježevo, assistendo le persone nel rimpatrio volontario. Tuttavia, nella pratica, non tutti questi rimpatri sono realmente volontari. Secondo i rapporti ufficiali della polizia, nel 2024 sono state rimpatriate volontariamente nei paesi d’origine 150 persone da Ježevo, 74 da Tovarnik e circa 25 da Trilj. È difficile stabilire quanto tali rimpatri siano effettivamente volontari, soprattutto considerando che le persone trattenute in questi centri hanno diritto all’assistenza legale gratuita solo se richiedenti asilo; in caso contrario, possono ricevere esclusivamente informazioni legali. Dai rapporti della polizia emerge che non tutti ricevono alcuna forma di supporto legale: nel 2024, a fronte di quasi 700 persone collocate nel centro di Ježevo, si sono registrate solo 133 visite di avvocati, il che significa che la maggior parte delle persone non ha ricevuto alcuna rappresentanza, assistenza o informazione legale, mentre contemporaneamente veniva sollecitata dai funzionari Frontex a fare ritorno nel proprio paese.

Oltre ai centri di detenzione formali, già di per sé altamente problematici, esistono luoghi di detenzione informali, come le stazioni di polizia. Si tratta di pratiche consolidate in Croazia da anni; alcune stazioni compaiono sistematicamente in tutti i rapporti, come quelle di Cetingrad e Slavonski Brod, ossia le stazioni più vicine al confine con la Bosnia. Si sono verificati inoltre casi di persone collocate nei centri di detenzione cui è stato impedito di presentare domanda di asilo. Un caso frequentemente citato è quello di YK, cittadino curdo, trattenuto in detenzione in Croazia durante la pandemia di coronavirus. Egli ha presentato personalmente domanda di asilo, poi l’ha ripresentata tramite il Difensore civico e infine tramite il proprio avvocato, ma nessuno di questi tentativi ha avuto esito positivo. Alla fine è stato rimpatriato in Serbia, da dove è riuscito a fuggire; avrebbe dovuto essere rinviato in Grecia. Il caso è attualmente pendente dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e si auspica un esito favorevole. Nel frattempo, YK ha ottenuto asilo in Francia, confermando quanto viene ripetutamente denunciato: alcune persone con casi fondati vengono costrette ad abbandonare la Croazia.

Luoghi di detenzione informali e piani futuri

Attualmente opera un centro di registrazione temporaneo situato nella contea di Karlovac, a circa 30 chilometri sia da Velika Kladuša e dal confine bosniaco, sia dalla città di Karlovac: sostanzialmente nel mezzo del nulla, in un ex complesso militare circondato da una foresta. Questo luogo, definito centro di registrazione, è un insediamento di container con capacità di 500 persone, le quali, secondo le dichiarazioni della polizia, vi rimangono solo il tempo necessario alla registrazione prima di essere trasferite a Zagabria e nei centri di accoglienza. Tuttavia, quando il Difensore civico ha effettuato una visita e ha richiesto informazioni sulle persone trattenute, non è stato possibile ottenere dati sulla durata del soggiorno, sull’età, sul genere o su altri elementi rilevanti. Il funzionamento di questa struttura è stato completamente opaco. Da quanto emerge, alcune persone sono state effettivamente trasferite a Zagabria, ma vi sono indicazioni che altre siano state respinte in Bosnia. Queste informazioni provengono da altre ONG operanti in Bosnia, le quali riferiscono di aver incontrato gruppi numerosi, di 20 o 30 persone, che viaggiavano insieme e dichiaravano di essere stati rimpatriati dal territorio croato dopo essere stati trattenuti per giorni in un luogo corrispondente alla descrizione di questo centro. In tali casi, è significativo che le persone non siano state riconsegnate direttamente alla polizia bosniaca — come previsto dagli accordi di riammissione — ma siano state condotte nei pressi del confine e invitate a proseguire da sole verso la Bosnia, il che indica che sono state respinte secondo le modalità tradizionalmente adottate dalla Croazia.

La struttura di Dugi Dol è quella destinata a ospitare il futuro centro di screening, dove le persone saranno trattenute per i primi sette giorni della procedura di screening e, successivamente, per la procedura di frontiera prevista dall’attuazione del Patto. Secondo le informazioni ricevute dal Ministero dell’Interno, questa struttura, anch’essa collocata in mezzo ai boschi accanto a un piccolo villaggio isolato, diventerà un grande centro per le procedure di screening. La prima sezione, destinata allo screening iniziale di sette giorni, avrà una capacità di 500 persone. Al termine dello screening, la maggior parte delle persone sarà sottoposta alla procedura di frontiera, poiché la quasi totalità dei richiedenti asilo che arrivano in Croazia proviene da paesi d’origine con un tasso di rigetto superiore al 90%. Realisticamente, la maggior parte di coloro che chiedono asilo in Croazia sarà sottoposta a procedure di frontiera, che si svolgeranno a Dugi Dol in una seconda sezione la cui capacità sarà di 1.500 domande nel 2026 e 3.000 nel 2027. Si tratta dunque di un centro di grandi dimensioni che opererà completamente al di fuori della vista pubblica.

Dopo 12 settimane nella procedura di frontiera, alle persone verrà concesso asilo nella migliore delle ipotesi, o, più probabilmente, la domanda verrà respinta. In caso di rigetto, saranno trasferite in una terza sezione, anch’essa ubicata nella stessa struttura, destinata alle procedure di rimpatrio, dove trascorreranno ulteriori 12 settimane prima dell’espulsione. Oltre alle persone collocate nel centro di Dugi Dol, un numero più ridotto sarà indirizzato verso le procedure ordinarie e potrà essere ospitato negli attuali centri di accoglienza; inoltre, saranno predisposti alcuni luoghi formali di detenzione all’interno del territorio.

Meccanismo di monitoraggio indipendente

Il meccanismo di monitoraggio indipendente, che dovrebbe essere implementato nella maggior parte dei paesi europei ai sensi del Nuovo Patto su immigrazione e asilo e del Codice frontiere Schengen, è già stato parzialmente attuato in Croazia. L’esperienza croata offre indicazioni utili su cosa evitare, sebbene purtroppo molti dei suoi aspetti negativi siano già stati replicati altrove. È importante sottolineare che non vi è stata alcuna procedura pubblica per la selezione delle organizzazioni e dei membri partecipanti, né sono stati resi noti i criteri di selezione. Sin dalla sua istituzione, e ancora oggi, il funzionamento del meccanismo è stato completamente opaco.

I membri del meccanismo di monitoraggio mancano di volontà politica e di indipendenza finanziaria rispetto al Ministero dell’Interno. In assenza di un bando pubblico, le organizzazioni coinvolte nel meccanismo di monitoraggio indipendente sono, ad esempio, l’Accademia giuridica croata e l’Accademia medica: istituzioni non connesse alle tematiche dell’asilo e dell’immigrazione e non adeguatamente informate sulle normative e le prassi vigenti. Il primo mandato è stato prorogato; durante il secondo mandato è stato pubblicato un solo rapporto semestrale in un periodo di due anni. Anche dalla lettura di tale rapporto emerge che alcune visite sono state effettuate, ma con risultati discutibili. Ad esempio, il meccanismo di monitoraggio si è recato in una stazione di polizia dopo essere stato informato che una donna siriana desiderava presentare domanda di asilo e temeva di essere respinta in Serbia. Al loro arrivo, la donna non si trovava più nella stazione di polizia, ma in Serbia; tuttavia, la documentazione era in ordine: secondo i documenti ricevuti, la donna aveva effettivamente ricevuto l’informazione sulla possibilità di chiedere asilo, ma aveva rifiutato. Questo è uno dei casi reali riportati nel rapporto, e la conclusione del meccanismo di monitoraggio è stata che tutto era stato svolto conformemente alla legge. Non è stata avviata alcuna indagine, né il meccanismo disponeva dell’autorità per farlo.

Il mandato è stato nuovamente prorogato fino a luglio 2026, ossia poco prima dell’entrata in vigore del Nuovo Patto su asilo e migrazione. È quindi probabile che il mandato venga ulteriormente esteso all’avvio dell’attuazione del Patto. Applicando rigorosamente la normativa, il meccanismo attuale non possiede tutti i requisiti necessari per svolgere il monitoraggio previsto dal Patto; è tuttavia prevedibile che vengano apportate modifiche di facciata sufficienti a consentire al meccanismo di proseguire la propria attività secondo le modalità adottate fin dall’inizio. Questa situazione è purtroppo già stata osservata dalla Commissione europea, la quale sembra accontentarsi della forma senza richiedere sostanza. Finché esiste un qualche meccanismo di monitoraggio formalmente istituito e operante, le modalità del suo funzionamento non sembrano aver rilevanza.