Tribunale di Milano, ordinanza 27 marzo 2019

La delibera di Giunta del Comune di Vigevano, numero 51 del 4 ottobre 2017, costituisce discriminazione diretta nella parte in cui prevede che il cittadino extra UE non possa accedere a prestazioni sociali agevolate, mediante presentazione del modello ISEE al pari del cittadino italiano, ma debba integrarlo con “certificati o attestazioni rilasciati dalla competente autorità...

Corte d’Appello di Milano, sentenza 25 marzo 2019

Costituisce una violazione del principio di parità di trattamento di cui all’art. 2 co. 2 TUI, la previsione del requisito della prestazione di una attività lavorativa regolare - anche non continuativa e per i soli cittadini stranieri - ai fini dell’accesso al Fondo sostegno affitti stabilito dalla delibera della giunta regionale lombarda n. 3495 confliggendo altresì con il generale regime per l’erogazione assistenziali di cui all’art. 41 TU immigrazione oltreché con l’art. 3 della Costituzione

Tribunale di Savona, ordinanza 1 marzo 2019

La condotta tenuta dal Comune di Cengio (SV), consistente nell’aver negato l’assegno di maternità alla ricorrente cittadina extracomunitaria titolare di permesso unico lavoro, costituisce discriminazione in quanto viola l’articolo 12 della direttiva 2011/98/UE che riconosce l’obbligo di parità di trattamento ai lavoratori, nel settore della sicurezza sociale, senza distinzioni inerenti al titolo di soggiorno.

Tribunale di Palermo, Decreto del 25 febbraio 2019

Il Tribunale di Palermo ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino ucraino, obiettore di coscienza, in considerazione del timor persecutionis dovuto al concreto ed attuale pericolo di concorrere alla commissione di crimini di guerra e alle sanzioni penali a cui sarebbe esposto a causa della sua renitenza alla leva militare, qualificate dal Tribunale atti di...

Tribunale di Palermo, decreto del 15 gennaio 2019 in materia di proroga del trattenimento di richiedente asilo

Ai sensi dell’art. 6, co. 5, del D.lgs. 142 del 2015, il provvedimento con il quale il questore dispone il trattenimento o la proroga dello stesso deve essere adottato per iscritto, riferire le ragioni del trattenimento, contenere specifiche indicazioni riguardanti le procedure previste dal diritto nazionale per contestare il provvedimento e deve essere notificato al richiedente in una lingua comprensibile. D’altronde la notifica deve essere specifica in modo che la persona possa agire immediatamente per contestare la privazione della libertà o la sua proroga, altrimenti il riconoscimento di diritti sostanziali senza un corrispondente diritto di agire risulterebbe illusorio.

Tribunale di Torino, ordinanza 15 febbraio 2019

I titolari di permesso unico lavoro hanno diritto di percepire l’assegno di maternità di cui all’art. 74 d.lgs. 151/01, in quanto tale disposizione – nella parte in cui limita il diritto ai titolari di permesso di lungo periodo - risulta in contrasto con l’art. 12 della Direttiva 2011/98/UE; per gli effetti il giudice nazionale è tenuto a disapplicare il diritto interno e a dare piena applicazione al diritto dell’Unione, senza sollevare questione di legittimità costituzionale della norma nazionale e a imporre all’amministrazione comunale l’adeguamento delle comunicazioni istituzionali.

Tribunale di Padova, sentenza 12 febbraio 2019

L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 74 del D.lgs. n. 151 del 2001 (recante disposizioni in materia di “assegno di maternità di base”) impone che venga privilegiata l’opzione maggiormente tutelante lo stato di maternità e di conseguenza che, per l’erogazione della prestazione in questione, debba ritenersi sufficiente la sussistenza del requisito della residenza nel territorio dello Stato al momento della presentazione dell’istanza amministrativa e non al momento del parto.

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sentenza del 22 gennaio 2019, C-193/17

Costituisce discriminazione diretta fondata sulla religione il diniego – opposto ai soli lavoratori che non appartengono a una delle chiese cristiane per le quali la legge austriaca prevede il venerdi santo come festività religiosa - di un’indennità retributiva per le prestazioni di lavoro svolte in tale giorno. La restrizione del diritto all’indennità ai soli lavoratori che appartengono alle predette chiese e che lavorano in tale giorno non può considerarsi una misura necessaria alla preservazione dei diritti e delle libertà altrui di cui all’art. 2, par. 5 della direttiva n. 2000/78, né una misura specifica volta alla compensazione degli svantaggi correlati alla religione (“azioni positive”) , ai sensi dell’art. 7 par. 1 della stessa direttiva.

Tribunale di Milano, ordinanza 22 gennaio 2019

Non è manifestamente infondata l’eccezione di legittimità costituzionale – sollevata con riferimento agli artt. 3 e 10 Cost., nonché all’art. 117 comma 1 Cost. in relazione alla direttiva CE 2003/109 e alla direttiva CE 2004/83 - dell’art. 22 lettera b) della legge regionale della Lombardia n. 16/2016 nella parte in cui prevede, per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e anche per le famiglie in condizioni di particolare povertà, il requisito della residenza anagrafica o dello svolgimento di attività lavorativa nella Regione per almeno cinque anni, nel periodo immediatamente precedente la domanda; non sussiste infatti alcuna correlazione tra detto requisito di residenza o lavoro e la situazione di disagio economico che il servizio abitativo pubblico mira ad arginare.

Corte d’Appello di Brescia, sentenza 18 gennaio 2019

Costituisce molestia razziale ex art. 2 co. 3 D.Lgs. 215/2003 attribuire un fine lucrativo agli enti impegnati nell’accoglienza e definire i richiedenti asilo clandestini, in quanto tali condotte sono idonee a creare un “clima intimidatorio” e “ostile” nei confronti delle associazioni, clima che può avere senz’altro ripercussioni dirette sui servizi resi ai richiedenti asilo. Quale rimedio a tale discriminazione le associazioni hanno diritto al risarcimento del danno (che nella specie è stato quantificato in 3340 euro)

Corte d’Appello di Venezia, sentenza 18 gennaio 2019

Il comportamento dell’INPS, consistente nel rigetto della domanda di assegno di natalità previsto dall’art. 1 comma 125 della legge n.190 del 2014 proposta da un cittadino straniero titolare di permesso unico lavoro, costituisce discriminazione perché viola il principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98; tale principio è direttamente applicabile nell’ordinamento interno in quanto la norma risulta incondizionata, dotata di efficacia diretta e di portata auto esecutiva nel senso che trova ingresso nell’ordinamento interno senza necessità di alcuna norma di recepimento e si colloca, per la gerarchia delle fonti normative, al di sopra della legislazione nazionale imponendone la disapplicazione in caso di contrasto

Corte d’Appello di Milano, sentenza 17 gennaio 2019

Sussiste il diritto a percepire la pensione di invalidità di cui all’art. 12 L. 118/71 per il cittadino straniero extra UE alle medesime condizioni documentali ammesse per i cittadini italiani e quindi mediante autocertificazione dei redditi prodotti all’estero in quanto la disciplina delle autocertificazioni, prevista da una norma regolamentare, nella parte in cui consente ai cittadini di Stati non appartenenti all’Unione regolarmente soggiornanti in Italia la possibilità di utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli artt. 46 e 47 del DPR 445/2000 limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti non certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani, contrasta con il principio di parità di trattamento ai sensi dell’art. 2 comma 5 del TU in materia di immigrazione

Circolare del Ministero dell’Interno del 18 dicembre 2018, n. 83774

Decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e organizzazione e funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018. n. 132...

Tribunale di Bergamo, ordinanza 20 dicembre 2018

Il diniego di concessione, da parte di un Comune, dell’assegno ai nuclei familiari numerosi ex art. 65 d.lgs.448/98 , fondato sulla asserita incompletezza della domanda per mancata produzione di certificazioni rilasciate da autorità estera attestanti redditi e proprietà nello Stato di provenienza, ai sensi dell’art. 3 del DPR 445/2000, costituisce discriminazione perché la disciplina del citato art. 65 fa riferimento all’ISEE e questo, a sua volta, prevede una procedura unica, senza differenze tra italiani e stranieri.
Numero dei documenti:

Corte Costituzionale, sentenza del 24 maggio 1977, n. 106 dd del 02 giugno1977

Infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 270 del codice penale milotare di pace sollevata in riferimento agli articoli 2 e 3, primo comma, 24, primo comma della Costituzione.

Corte Costituzionale, sentenza del 24 maggi 1977, n. 106, Depositata il 2 febbraio 1977.

SENTENZA 24 MAGGIO 1977

N. 106

Deposito in cancelleria: 2 giugno 1977.

Pubblicazione in “Gazz. Uff.” n. 155 dell’8 giugno 1977.

Pres. ROSSI – Rel. VOLTERRA

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Prof. PAOLO ROSSI, Presidente – Dott. LUIGI OGGIONI – Prof. VEZIO CRISAFULLI – Dott. NICOLA REALE – Avv. LEONETTO AMADEI – Dott. GIULIO GIONFRIDA – Prof. EDOARDO VOLTERRA – Prof. GUIDO ASTUTI – Dott. MICHELE ROSSANO – Prof. ANTONINO DE STEFANO – Prof. LEOPOLDO ELIA – Prof. GUGLIELMO ROEHRSSEN – Avv. ORONZO REALE – Dott. BRUNETTO BUCCIARELLI DUCCI – Avv. ALBERTO MALAGUGINI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale dell’art. 270 del codice penale militare di pace, promossi con le seguenti ordinanze:

1) ordinanza emessa l’11 dicembre 1974 dal tribunale militare territoriale di Padova nel procedimento penale a carico di Caprara Mirko, iscritta al n. 23 del registro ordinanze 1975 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48 del 19 febbraio 1975;

2) ordinanza emessa il 16 aprile 1975 dal tribunale militare territoriale di La Spezia, nel procedimento penale a carico di Tarantino Marcello, iscritta al n. 255 del registro ordinanze 1975 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 102 del 30 luglio 1975.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 13 aprile 1977 il Giudice relatore Edoardo Volterra;

udito il sostituto avvocato generale dello Stato Renato Carafa, per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto:

1. – Nel corso del procedimento penale a carico di Caprara Mirko, il tribunale militare territoriale di Padova, dovendo decidere sull’ammissibilità della costituzione di parte civile di Francavilla Luigi, con ordinanza emessa l’11 dicembre 1974, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 270, primo comma, c.p.m.p., in riferimento agli artt. 2, 3 e 24 della Costituzione.

Secondo il tribunale la norma denunziata, che vieta nei procedimenti di competenza del giudice militare la proposizione dell’azione civile, appare in contrasto con il principio di uguaglianza per la disparità di trattamento processuale con i titolari di un diritto ad esercitare l’azione civile dinanzi al giudice ordinario, tanto più tenendo conto che il reato militare potrebbe, in virtù dell’art. 264 c.p.m.p., essere giudicato dal giudice ordinario con possibilità di ingresso all’azione civile. La norma impugnata sarebbe inoltre in contrasto con i diritti inviolabili dell’uomo e quello di tutela giurisdizionale.

2. – L’ordinanza è stata regolarmente comunicata, notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Dinanzi alla Corte costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato.

Premesso che con sentenza n. 68 del 1974, questa Corte ha precisato in via generale che legittime possono essere le disposizioni integrative o derogative dei codici penali militari, nonostante le loro differenze col codice di procedura penale, purché trovino ragionevole giustificazione, l’Avvocatura osserva che il divieto di costituzione di parte civile si connette necessariamente al carattere di specialità del processo penale militare, istituito esclusivamente per la tutela giurisdizionale della disciplina e del servizio militare. Né sussisterebbe il contrasto con l’art. 24 della Costituzione, in quanto tale norma, se esclude che una qualsiasi situazione di diritto soggettivo possa essere privata dalla tutela giurisdizionale, non stabilisce secondo quali modalità e in quale sede detta tutela debba avere luogo. Né infine sarebbe ravvisabile un contrasto con l’art. 2 della Costituzione, poiché i diritti tutelati da tale norma trovano protezione nella legge penale militare e nella successiva azione civile esercitabile dinanzi al giudice ordinario.

3. – Analoga questione di legittimità costituzionale è stata proposta in riferimento all’art. 24 della Costituzione dal tribunale militare territoriale di La Spezia, con ordinanza emessa il 16 aprile 1975, nel procedimento penale a carico di Tarantino Marcello.

Premesso che il divieto di costituzione di parte civile potrebbe trovare la sua giustificazione e nello stesso carattere della giurisdizione militare e nei limiti che a tale giurisdizione pone l’art. 103 della Costituzione, il tribunale dubita della legittimità costituzionale dell’art. 270, ponendolo in raffronto con l’art. 373 c.p.m.p., il quale dispone che con la sentenza di condanna, pronunziata dal giudice militare, l’imputato è condannato alle restituzioni e al risarcimento dei danni. Il contrasto con l’art. 24 della Costituzione si evidenzierebbe nel fatto che mentre al giudice penale militare è conferito il potere-dovere di pronunziarsi sul risarcimento viene vietato alla parte civile di partecipare al procedimento relativo.

4. – L’ordinanza è stata regolarmente comunicata, notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Dinanzi alla Corte costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato.

L’Avvocatura dopo aver ricordato come la norma dell’art. 373 trovi i suoi precedenti nella legislazione anteriore, per cui era ammissibile una condanna al risarcimento senza la domanda del danneggiato a conclusione del processo penale, e dopo aver formulato, sia pure dubitativamente, un’interpretazione della disposizione in parola, per cui questa si limiterebbe a riaffermare l’autorità del giudicato penale nel procedimento civile, stabilita in via generale dall’art. 27 c.p.p. osserva che problemi di legittimità costituzionale potrebbero semmai porsi nei confronti della disposizione in esame – estranea peraltro al giudizio a quo – e non rispetto a quella che esclude nel processo militare la costituzione di parte civile, una volta ammesso, come fa l’ordinanza, che tale esclusione dipende dalle speciali esigenze di quel processo e dai limiti posti dall’art. 103 della Costituzione.

Considerato in diritto:

1. – Con le ordinanze in epigrafe si solleva il dubbio di legittimità costituzionale dell’art. 270 c.p.m.p., in quanto il divieto di costituzione di parte civile nei procedimenti di competenza del giudice militare contrasterebbe con il principio di uguaglianza, attuando una disparità di trattamento tra i titolari del diritto di esercitare l’azione civile dinanzi al giudice ordinario e i titolari di un analogo diritto, in caso di reato di competenza del giudice militare. La medesima norma contrasterebbe inoltre con l’art. 24 e con i diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 della Costituzione.

I giudizi, congiuntamente discussi nella pubblica udienza, vanno riuniti e decisi con un’unica sentenza in acanto sollevano questioni relative alla stessa disposizione di legge e in parte coincidenti.

2. – La questione non è fondata.

L’art. 270 del codice militare penale di pace, mentre pone al primo comma il divieto di costituzione di parte civile dinanzi ai tribunali militari, riproduce nel secondo comma il principio generale della pregiudizialità dell’azione penale su quella civile (principio contenuto negli artt. 3 e 24 del codice di procedura penale), disponendo la sospensione dell’esercizio della azione civile fino alla definizione dell’altro procedimento.

La norma, coordinata con il precedente art. 261, mostra come nessuna limitazione, se non temporale, del diritto di azione, subisca il danneggiato dal reato, il quale ai sensi degli artt. 24 e seguenti del codice di procedura penale (come risultano a seguito delle sentenze di questa Corte nn. 165 del 1975, 99 del 1973 e 53 del 1971) potrà sempre proporre dinanzi al giudice civile, con pienezza di facoltà quanto al tema probatorio ed al contenuto dell’azione, le proprie ragioni, anche in caso di proscioglimento dell’imputato dinanzi ai tribunali militari.

Come questa Corte ha già riconosciuto con la sentenza n. 68 del 1974, le disposizioni integrative o derogative dei codici penali militari, rispetto ai codici comuni, possono essere legittime purché trovino una ragionevole giustificazione nella natura propria di quel procedimento.

Ora l’esclusione della costituzione di parte civile avanti i tribunali militari è pienamente giustificata dall’esigenza di assicurare con celerità la tutela della disciplina e del servizio militare, secondo, del resto, quanto affermato dallo stesso tribunale militare di La Spezia, in armonia con gli intenti del costituente, il quale limita soggettivamente ed oggettivamente la giurisdizione militare “ai reati militari commessi da appartenenti alle forze armate” (art. 103 della Costituzione).

Talché non appare violato nemmeno l’art. 24 della Costituzione, il quale garantendo la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, non eleva a regola costituzionale quella del simultanens processus, ma lascia al legislatore ordinario ampia discrezionalità quanto ai tempi e alle modalità di tale azione.

Né, per gli stessi motivi, può lamentarsi una menomazione di diritti inviolabil – impregiudicato restando il problema se essi possano richiamarsi in tema di danno patrimoniale o non patrimoniale – poiché l’azione civile potrà essere proposta dinanzi al giudice ordinario, a seguito della definizione del processo militare.

3. – Ma il tribunale militare di La Spezia dubita della ragionevolezza del giudizio di inidoneità fatto dal legislatore in ordine alla capacità del tribunale militare di conoscere dell’azione civile, anche ponendo a raffronto l’art. 270 con il successivo art. 373 c.p.m.p., il quale dispone che con la sentenza di condanna, pronunziata dal giudice militare, l’imputato è condannato alle restituzioni e al risarcimento dei danni.

Sono note le discussioni dottrinali e l’orientamento giurisprudenziale in ordine all’effettiva portata della citata disposizione posta a confronto da parte del giudice a quo. Mentre l’orientamento è fermo nel senso che, nonostante la sua non felice formulazione, l’art. 373 nulla toglie e nulla aggiunge al principio generale contenuto nell’art. 27 del codice di procedura penale, quanto all’autorità del giudicato penale nel successivo procedimento civile in ordine alla illiceità del fatto ed alla sua sussistenza, da parte di taluni autori si è prospettato il dubbio che la medesima norma potrebbe anche comportare la potestà di accertamento del danno civile e con esso l’esistenza e la titolarità del diritto al risarcimento.

Ma quale che sia l’interpretazione da preferirsi (e per motivi di armonia legislativa nonché di adeguamento ai principi generali, non si dubita che sia la prima) l’art. 373, non risulta comunque impugnato né esplicitamente né implicitamente, in quanto il giudice a quo col porlo a raffronto ne presuppone la legittimità, e pertanto la Corte non ha motivo di occuparsi di questa diversa questione.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 270 del codice penale militare di pace, sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, primo comma, 24, primo comma, della Costituzione dalle ordinanze in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 maggio 1977.

F.to: PAOLO ROSSI – LUIGI OGGIONI – VEZIO CRISAFULLI – NICOLA REALE – LEONETTO AMADEI – GIULIO GIONFRIDA EDOARDO VOLTERRA – GUIDO ASTUTI – MICHELE ROSSANO – ANTONINO DE STEFANO – LEOPOLDO ELIA – GUGLIELMO ROEHRSSEN – ORONZO REALE – BRUNETTO BUCCIARELLI DUCCI – ALBERTO MALAGUGINI.

GIOVANNI VITALE – Cancelliere

 

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