Ancora una strage nel Mediterraneo centrale: con quali lenti interpretare queste tragedie?

Il 25 luglio 2019, nel giorno dell’approvazione alla Camera del cd. nuovo decreto sicurezza, è arrivata la notizia di una nuova strage nel Mediterraneo centrale.

Secondo l’UNHCR i migranti morti potrebbero essere circa 150: si tratta del più grave naufragio dall’inizio dell’anno. L’imbarcazione era partita da Khoms, porto della Libia a 120 chilometri da Tripoli. I cittadini stranieri che sono sopravvissuti al naufragio sono stati ricondotti nel paese nordafricano dalla cd. guardia costiera libica.

La notizia delle tragiche morti di ieri si aggiunge ai numerosi altri naufragi dall’inizio dell’anno. Inoltre, si segnala che anche a causa della desertificazione di quel tratto di mare – con pochissime operazioni di salvataggio e di monitoraggio attualmente in campo – è verosimile ritenere che numerose tragedie analoghe avvengano senza che se ne abbia notizie.

Con quali lenti leggere l’ennesima drammatica notizia proveniente da quel tratto di mare? È possibile collocare in una dimensione politica e storica l’indignazione che ci caratterizza in questi giorni?

La tragica coincidenza della concomitanza di questa strage con il voto alla Camera sul cd. nuovo decreto sicurezza ci interroga sulle responsabilità di chi ha determinato la situazione attuale. Innanzi tutto riteniamo indispensabile ribadire che quanto avviene nel Mediterraneo centrale non è un elemento dato né una condizione determinata dall’accavallarsi di circostanze sfavorevoli o dalla cattiva sorte. Quello che osserviamo è, al contrario, il prodotto finale di un’articolata e specifica strategia delineata e sviluppata a più livelli.

Com’è ampiamente noto, il nuovo decreto legge contiene novità specificatamente ideate per ostacolare, limitare, impedire il regolare svolgimento delle operazioni di soccorso in mare a cura della ONG. Per altro, il percorso di criminalizzazione delle ONG che operano nel Mediterraneo è per lo meno di medio periodo. Non è superfluo ricordare che anche il precedente governo aveva sviluppato, con l’azione politica e amministrativa progettata e attuata dal Ministro Minniti, azioni ostili nei confronti delle ONG, contribuendo a diffondere un clima di ingiusta diffidenza e sospetto.

Il recente decreto e, più in generale, l’azione del Ministro Salvini hanno determinato un salto di qualità e aperto una nuova fase. Con l’emanazione dell’ultima normativa, infatti, la criminalizzazione dei soccorsi si è attestata su un livello che fino a qualche mese fa era difficilmente prevedibile.

Se le responsabilità italiane sono, mai come in questi giorni, plasticamente visibili, è necessario riflettere anche sulla dimensione europea della tragedia in corso. Le responsabilità delle istituzioni europee e dei governi degli stati membri sono anch’esse evidenti e decisive. L’assenza di adeguate forme di soccorso in mare è da imputare a tutti gli attori coinvolti: governi dei paesi del Mediterraneo, governi dell’Europa centrale e settentrionale, istituzioni europee, apparati della governance sovranazionale. Da questa prospettiva, la dialettica – a volte a tinte aspre – che si sviluppa tra i Paesi della sponda nord del Mediterraneo, a cominciare da Italia e Malta, e quelli dell’Europa continentale, se osservata con negli occhi le immagini delle stragi in mare, appare quanto meno distante dalla realtà, deresponsabilizzante e ipocrita.

Lo scenario che abbiamo davanti certifica lo stato di crisi della cd. cultura giuridica europea. La necropolitica delle morti in mare rappresenta una rottura epocale dalle proporzioni ancora da mettere a fuoco. I valori e i principi che hanno accompagnato il processo di integrazione europeo sono, alla luce di questi fatti, anch’essi in crisi. La dimensione della morte è accettata nel discorso pubblico in maniera diffusa, senza che ci siano efficaci forme di opposizione culturale e politica.

Se la storia dei confini e dei dispositivi di controllo è da sempre scandita dalla violenza, la frattura che separa la sponda nord del Mediterraneo da quella sud rappresenta il segno più evidente della barbarie che caratterizza il nostro tempo. La semplice indignazione, alla luce di questi elementi, non è più sufficiente.

Il tema della responsabilità giuridica per le morti in mare e per la condizione delle persone bloccate e ricondotte forzatamente in Libia è, dal nostro punto di vista, centrale. Siamo impegnati in un grande sforzo collettivo, finalizzato alla costruzione di percorsi e strategie per ricercare, all’interno dell’ordinamento giuridico nazionale e sovranazionale, possibili strumenti che, a partire dagli specifici casi concreti, possano consentire di verificare se e in che termini agli attori coinvolti siano imputabili responsabilità giuridiche.

Ci rendiamo conto che sola la dimensione giuridica è, in questa fase e per quanto attiene a questo profilo, spesso insufficiente. Siamo impegnati – mai come in questa fase – in una più ampia battaglia culturale per l’affermazione dei principi della solidarietà e dell’uguaglianza. Lo dobbiamo alle persone che migrano, ai cittadini stranieri che muoiono o che vengono forzatamente condotti nei paesi dai quali fuggono, e anche a noi stessi e all’Europa del futuro.

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