Il trasferimento coatto oltre i confini nazionali di persone già trattenute nei CPR segna un mutamento di paradigma.
Un’analisi giuridica ASGI delle più eclatanti questioni di tenuta costituzionale che il decreto legge n. 37/2025 pone.
Nel corso dell’ultimo decennio si è assistito a un progressivo indebolimento delle garanzie giuridiche riconosciute alle persone migranti. L’ultimo decreto-legge che prevede il trasferimento in Albania di persone già presenti sul territorio italiano e già trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) rappresenta tuttavia un salto di scala nelle politiche migratorie, aprendo a scenari inediti nel contesto europeo.
Nell’analisi giuridica che segue riportiamo le più eclatanti questioni di tenuta costituzionale che il decreto legge n. 37/2025 pone.
Tuttavia è quanto mai necessario fare anche riflessione sulle sue implicazioni sistemiche, che vanno oltre le pur rilevanti violazioni dei diritti fondamentali.
Il trasferimento coatto oltre i confini nazionali di persone già trattenute nei CPR segna un mutamento di paradigma. Si accentua ulteriormente, infatti, il trattamento giuridico e amministrativo radicalmente differenziato per le persone migranti, creando una frattura profonda nell’ordinamento giuridico nel suo complesso. Se, come spesso osservato, le politiche migratorie funzionano da specchio per la qualità dei diritti, ciò che oggi si riflette è l’immagine di una democrazia in fase di sostanziale ridefinizione.
In questo senso il decreto-legge n. 37/2025 è in stretto dialogo con il decreto-legge cd. sicurezza che il governo ha approvato nei giorni scorsi.
Si esaspera la contrazione dei diritti costituzionali quali la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), il diritto all’abitazione, i diritti delle persone detenute ad esercitare i propri diritti anche all’interno dei contesti detentivi perché non smettono, sicché detenuti, di essere persone e in quanto tali titolari di diritti e della dignità.
Diritti negati anche alle persone straniere trattenute nei CPR.
A tutti costoro – detenuti o trattenuti in CPR – si impedisce di resistere anche passivamente a ordini della polizia, determinando, tra le altre, anche una scala gerarchica tra le persone, sintomatica di un regime autoritario.
Ed è proprio questo che dovrebbe fare riflettere l’intera cittadinanza: l’accorpamento e il confinamento ai margini di categorie di persone nei confronti delle quali il potere spiega tutte le proprie energie per reprimere e nascondere alla società gli/le indesiderati/e, coloro che socialmente sono antagonisti, con l’azione o semplicemente con il loro corpo.
La restrizione dei diritti delle persone migranti è da sempre banco di prova per estendere poi lo stesso approccio alle altre categorie sociali. Diventa quindi essenziale attivare strumenti di mobilitazione su tutti i livelli – istituzionale, sociale, politica – per evitare la normalizzazione di tali pratiche. È necessario contestare le violazioni dei diritti e, al contempo, contrastare l’orizzonte politico che le rende possibili.
Le politiche migratorie si confermano come un laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria. Il “modello Albania” costituisce un’accelerazione di questo processo, con effetti che si dispiegano su più fronti. Da un lato, per le persone trasferite, si prospetta un regime di isolamento estremo, ulteriori ostacoli all’accesso alla tutela legale e un aggravamento delle già critiche condizioni di detenzione nei CPR. Dall’altro lato, per l’intera popolazione migrante vincolata al rinnovo del permesso di soggiorno, si intensifica il rischio di ricattabilità, ora aggravato dalla minaccia di trasferimento forzato all’estero.
L’approfondimento della compatibilità o meno del diritto europeo sarà oggetto di separato documento.
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