Hotspot di Lampedusa: sempre più un luogo di confinamento, chiuso anche il “buco nella recinzione”

La questione della privazione de facto della libertà personale dei cittadini stranieri presso l’hotspot di Lampedusa non rappresenta una novità nel panorama dei dispositivi utilizzati per la gestione dei flussi migratori. Già con la sentenza Khlaifia c. Italia il governo italiano era stato condannato per la detenzione arbitraria di cittadini stranieri nel Centro di soccorso e prima accoglienza (Cspa) di Contrada Imbriacola a Lampedusa e a bordo delle navi Vincent e Audacia e per l’assenza di mezzi di ricorso effettivo contro tale trattenimento e le sue condizioni.  

In tempi e contesti diversi, di fronte alla sistematica chiusura del cancello d’ingresso, soggetto a sorveglianza da parte dei militari e delle autorità di pubblica sicurezza, l’unica possibile reazione da parte dei cittadini stranieri illegittimamente trattenuti era l’utilizzo, in alcune circostanze, di una modalità informale, e tutt’affatto tutelante, di uscita, ovvero un’apertura nella recinzione perimetrale1.  

Una modalità precaria che chiaramente non garantisce in alcun modo l’esercizio dell’imprescindibile diritto alla libertà personale. Di fronte alla chiusura del centro, una modalità discrezionalmente tollerata dalle autorità competenti a seconda delle esigenze contingenti di contenimento e addirittura rivendicata al fine di confutare che la permanenza presso l’hotspot di Lampedusa dei cittadini stranieri in arrivo sul territorio si risolvesse nei fatti in una detenzione. Una narrazione, quella delle autorità competenti, completamente distorta laddove il prefetto di Agrigento, come riportato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nel Rapporto sulle visite nei Centri di identificazione ed espulsione e negli hotspot in Italia del 2017, alla richiesta del perché alle persone non fosse consentito di uscire dal centro dichiarava che “l’isola vive di turismo e la loro presenza potrebbe creare problemi. Comunque – ha aggiunto – se vogliono possono uscire da un buco nella rete”. In seguito, nel febbraio del 2018, è stata inviata dal prefetto una comunicazione all’allora ente gestore in cui si chiedeva di mettere a punto sistemi per consentire ai richiedenti asilo di circolare liberamente. Come analizzato nello stesso anno nel report “Scenari di frontiera: il caso Lampedusa” del progetto In Limine, “Nonostante dalle parole del Prefetto potrebbe sembrare che la presenza delle aperture nella recinzione sia accettata dalle autorità, le comunicazioni intercorse tra l’ente gestore e la Prefettura al fine di chiudere tale apertura e i susseguenti lavori di manutenzione della recinzione forniscono una chiara indicazione sulla costante intenzione di contrastare la possibilità di uscita dei migranti e trattenerli di fatto all’interno del centro”2

Oggi l’emergenza sanitaria, confermando la natura detentiva dell’hotspot, ha amplificato la situazione di confinamento cui sono soggetti i cittadini stranieri all’interno dell’hotspot di Lampedusa, dove generalmente permangono per tempi variabili che nell’esperienza dei molti casi seguiti dal progetto In Limine possono andare da 1 a 30 giorni (con una permanenza media di circa 6-7 giorni), prima di essere trasferiti nei luoghi adibiti all’isolamento fiduciario. Nel frattempo soggetti a regimi di controllo e limitazione che sembrerebbero particolarmente rigidi imponendo una chiusura fisica delle persone interessate attraverso l’allestimento di dispositivi di vigilanza e di ripristino della misura in caso di tentate violazioni. Si rafforza infatti l’attività di sorveglianza ed ispettiva nell’area circostante, con presidi militari nelle colline che affiancano l’hotspot e pattugliamento da parte dei carabinieri al fine di contrastare eventuali tentativi di violazione della misura.

Ancora, dalle testimonianze dirette raccolte nell’ambito del progetto In Limine da parte di persone migranti presenti nel centro, non solo l’hotspot continuerebbe a non disporre di un sistema di regolamentazione di uscita e rientro nella struttura, ma anche il famigerato “buco nella recinzione” sarebbe stato chiuso nell’ambito dei lavori di ristrutturazione del centro3. Sebbene questo non potesse in alcun modo essere considerato una garanzia del diritto alla libertà personale concretamente rappresentava per alcuni e in alcune circostanze una legittima possibilità di esercitare fugacemente e “clandestinamente” la propria libertà e di reagire ad una forma di detenzione totalmente illegittima.  

Si ricorda infatti che il diritto alla libertà personale è proprio di ogni persona e può subire limitazioni solo nei casi e nei modi previsti dalla legge, attraverso un provvedimento redatto e notificato dall’autorità preposta e convalidato dall’autorità giudiziaria. Ogni altra forma di limitazione della libertà personale è da considerarsi arbitraria e in contrasto con quanto stabilito dall’art. 13 della Costituzione e dall’art. 5 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo.

Le persone quindi continuerebbero ad essere costrette in assenza di misure igienico sanitarie sufficienti, e misure di prevenzione al contagio inapplicabili (ad esempio il distanziamento sociale), in condizioni materiali inadeguate e di forte sovraffollamento e di promiscuità, con picchi anche di più di 1000 persone a fronte di una capienza odierna di 250 posti. A ciò si aggiunga, l’assenza di servizi che caratterizzerebbe il centro, un quadro che non sembra garantire la tutela della dignità della persona e un effettivo rispetto dei bisogni essenziali.

Si condividono di seguito le testimonianze foto ricevute dalle persone trattenute:

1Si vedano: https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2019/02/2018-Lampedusa_scenari-_di_frontiera_versione-corretta.pdfhttps://inlimine.asgi.it/hotspot-di-lampedusa-nuovi-riscontri-sulla-detenzione-arbitraria-dei-cittadini-stranieri/; https://inlimine.asgi.it/hotspot-di-lampedusa-si-teme-che-i-migranti-della-mare-jonio-siano-detenuti-arbitrariamente/; https://inlimine.asgi.it/report-ombre-in-frontiera-limiti-e-ostacoli-allaccesso-ai-diritti-ai-confini-italiani/;

2Si veda https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2019/02/2018-Lampedusa_scenari-_di_frontiera_versione-corretta.pdf, p. 13. Per approfondimenti si vedano le comunicazioni, ottenute da In Limine tramite accesso civico generalizzato, inviate dall’ente gestore (Croce Rossa Italiana) alla Prefettura di Agrigento volte alla riparazione della recinzione perimetrale: Comunicazione cucitura varchi 11 gennaio 2018, Comunicazione cucitura varchi 27 febbraio 2018, Comunicazione cucitura varchi 12 aprile 2018.

3In data 01/12/2020 è stato pubblicato un comunicato stampa sul sito di Invitalia che dichiarava conclusi i lavori di manutenzione ordinaria, straordinaria e l’adeguamento impiantistico presso gli edifici A1, A2 e U1 dell’hotspot. Tali adeguamenti dovrebbero permettere una ulteriore disponibilità di posti pari a 130 unità. Inoltre, è stata aggiudicata una procedura negoziata per la realizzazione di ulteriori lavori di manutenzione e adeguamento del centro.