Gli omicidi di Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) e Waseem Khan (29 anni) riportano con drammatica evidenza una realtà che da tempo è sotto gli occhi di tutti. Una parte significativa della filiera agroalimentare continua a fondare la propria competitività economica sullo sfruttamento delle persone più vulnerabili, in particolare dei lavoratori migranti, intrappolati tra il ricatto del lavoro e quello del permesso di soggiorno.
Il fenomeno del caporalato non può essere analizzato separatamente dalle politiche migratorie restrittive e dalla progressiva chiusura delle frontiere. Queste scelte producono isolamento sociale, precarietà giuridica e vulnerabilità economica, creando le condizioni che alimentano lo sfruttamento. Il fallimento dei decreti flussi, che hanno consentito un numero estremamente limitato di regolarizzazioni, e l’insufficienza delle politiche di contrasto allo sfruttamento lavorativo rappresentano la prova più evidente dell’inadeguatezza dell’attuale sistema di tutela.
Lo sfruttamento lavorativo non è più un fenomeno marginale o circoscritto a specifici territori. È una realtà diffusa, strutturale e in continua evoluzione, che assume forme sempre più pervasive. Ad Amendolara, chi ha rivendicato un salario dignitoso e condizioni di vita rispettose della dignità umana ha pagato con la vita la richiesta di giustizia sociale ed economica.
Per questo è necessario affrontare il problema attraverso una prospettiva integrata, capace di superare un impianto normativo che appare sempre meno adeguato alle nuove forme dello sfruttamento contemporaneo. Oggi, infatti, lo sfruttamento può realizzarsi anche in presenza di contratti formalmente regolari e attraverso forme di coercizione economica, psicologica e sociale che non si manifestano necessariamente mediante violenza esplicita.
Per un lavoratore migrante privo di reti familiari, di stabilità economica e di concrete alternative occupazionali, la minaccia del licenziamento o della perdita del permesso di soggiorno può tradursi in un rischio reale per la propria esistenza. È in questa condizione di vulnerabilità che si radica il potere di ricatto degli sfruttatori.
I dati confermano che la maggioranza dei lavoratori sfruttati è composta da persone regolarmente soggiornanti. Ciò dimostra che il problema non riguarda esclusivamente l’irregolarità amministrativa, ma una più ampia condizione di precarietà sociale, economica e giuridica. Si alimenta così un bacino di manodopera vulnerabile al quale gli sfruttatori possono attingere sistematicamente.
Anche gli strumenti di tutela oggi previsti dall’ordinamento, come l’articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione, pur ispirati da finalità condivisibili, appaiono sempre più insufficienti rispetto alla complessità delle situazioni concrete e alle nuove modalità attraverso cui si manifesta lo sfruttamento lavorativo.
ASGI è da sempre al fianco delle persone migranti e continuerà a sostenere, anche nei prossimi giorni, la richiesta di verità e giustizia per le vittime di Amendolara e per tutti i lavoratori che, in Calabria e nel resto del Paese, vivono quotidianamente condizioni di sfruttamento, paura e ricatto.
Contrastare lo sfruttamento significa oggi intervenire non solo sui suoi effetti, ma anche sulle cause che lo rendono possibile: la precarietà dei percorsi di soggiorno, l’assenza di reali alternative lavorative e la debolezza degli strumenti di protezione. Solo così sarà possibile garantire dignità, diritti e sicurezza a chi lavora.
Si terrà sabato 6 giugno ad Amendolara la manifestazione nazionale
Illustrazione di Francesco Piobbichi

