Morire durante un’operazione di polizia. In Italia, ancora una volta

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L’ASGI ha appreso della morte di Fakir Abderrahim, cittadino marocchino deceduto ieri nel quartiere Pilastro di Bologna, nel corso di un intervento di polizia. Il video dell’arresto mostra il sig. Abderrahim a terra, che urla chiedendo aiuto mentre viene immobilizzato da due agenti di polizia e da un’altra persona in abiti civili sotto lo sguardo di personale sanitario che osserva senza intervenire. Il sig. Abderrahim, in Italia insieme ai suoi familiari sin da quando era bambino, attualmente era richiedente protezione internazionale e la sua domanda risultava pendente dal 2024 dinanzi al Tribunale di Bologna.

Nell’esprimere il proprio cordoglio ai familiari e alla comunità di riferimento, ASGI non può non evidenziare che la morte di Fakir Abderrahim si inserisce in un contesto sociale e politico, anche cittadino, in cui sempre più viene invocata e promossa la presenza delle forze di polizia nei contesti urbani ritenuti problematici (ad esempio: l’istituzione delle cd. zone rosse, interdette alle persone sospettate di arrecare disturbo, spesso caratterizzate da profili razziali o contesti urbani nei quali vi è una forte presenza dell’opposizione sociale), senza che nessuna adeguata misura venga posta in essere per affrontare e risolvere il disagio sociale, frutto di politiche economiche e sociali sempre più restrittive ed escludenti.

Il sig. Abderrahim viveva in Italia e svolgeva regolare attività lavorativa. Qualsiasi sia il motivo per il quale, nella giornata del 19 luglio, sono intervenute le forze di polizia, nulla giustifica l’uso della forza e del contenimento tali da determinare la morte del sig. Abderrahim. Suscita peraltro sconcerto che alla morte abbiano assistito operatori sanitari la cui inerzia non appare comprensibile e deve essere chiarita.

Il quartiere dove il sig. Abderrahim è stato fermato ed è morto è caratterizzato da alta concentrazione di persone straniere, frutto non di libera scelta delle stesse ma di una oggettiva ghettizzazione determinata dal concentramento di abitazioni popolari pubbliche e da un mercato immobiliare cittadino che a pochissimi consente di scegliere liberamente la zona in cui vivere.

Ghettizzazione che significa disegnare zone urbane razzializzate e marginalizzate, ma che permette di giustificare l’intervento e la presenza della polizia, pronta anche a reprimere le istanze sociali e politiche della popolazione del quartiere.

Nell’attesa che la magistratura svolga approfondite indagini sulle cause e sulle circostanze della morte del sig. Abderrahim, ASGI richiama  l’attenzione delle Istituzioni e dell’opinione pubblica sui profili giuridici che seguono.

Diritto alla vita, uso della forza e tecniche di contenimento

L’uso della forza da parte degli agenti dello Stato è legittimo solo se assolutamente necessario e strettamente proporzionato, anche sotto il profilo della pianificazione e delle precauzioni adottate nell’operazione (Corte EDU, McCann e altri c. Regno Unito, 1995), e comporta il correlato obbligo di prestare immediata assistenza medica alla persona sottoposta a coercizione.

La giurisprudenza di Strasburgo ha specificamente censurato l’impiego prolungato di tecniche di immobilizzazione al suolo, in particolare in posizione prona con compressione del torace, per il documentato rischio di asfissia posizionale (Corte EDU, Saoud c. Francia, 2007, violazione dell’art. 2 CEDU).

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con sentenza del 17 gennaio 2026 ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014, mantenuto immobilizzato a terra in posizione prona dai Carabinieri e deceduto per arresto cardiaco. Nella sentenza la Corte richiama quanto già denunciato dal CPT nel 2003 ovvero che mantenere una persona in posizione prona possa essere pericoloso e mettere a repentaglio la vita in quanto, in determinate circostanze, ciò può dare luogo ad asfissia posturale. Secondo la Corte, già all’epoca dei fatti, le autorità statali non avevano adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita. 

Obbligo di inchiesta effettiva e conservazione della prova

Dall’art. 2 CEDU discende, sul piano procedurale, l’obbligo di un’indagine avviata d’ufficio, indipendente — anche in concreto, sotto il profilo gerarchico e operativo — adeguata, sollecita, soggetta a sufficiente controllo pubblico e con effettiva partecipazione dei prossimi congiunti (Corte EDU, Giuliani e Gaggio c. Italia [GC], 2011; Scavuzzo-Hager e altri c. Svizzera, 2006). Parametri operativi in materia di morti potenzialmente illegittime sono fissati dal Protocollo del Minnesota delle Nazioni Unite (revisione 2016).

Nella sentenza resa il 2 luglio scorso, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per l’inefficacia delle indagini sul caso di Gianluca “Luca” Fanesi, il tifoso della Sambenedettese finito in coma dopo scontri avvenuti nel 2017 fuori dallo stadio di Vicenza. La sentenza ha riscontrato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, citando un trattamento “inumano e degradante” e il mancato accertamento dell’uso eccessivo della forza da parte della polizia.

Dal comunicato emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna risulta che gli indagati (forze di polizia o anche altri?) sono stati iscritti nel Registro Mod. 45-bis  cioè il Registro istituito dall’ultimo decreto sicurezza n. 23/2026 che ha modificato l’art. 335 c.p.c. introducendo il comma 1-bis  a mente del quale “ quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, il pubblico ministero procede all’annotazione preliminare, in separato modello, del nome della persona cui è attribuito il fatto medesimo“.

ASGI auspica che tale speciale iscrizione nel Registro degli indagati non impedisca non solo l’accertamento pieno e completo dei fatti accaduti, peraltro resi visibili a chiunque dal video girato nell’immediatezza, ma anche della responsabilità della morte del sig. Abderrahim.

Dovere di accertare eventuali moventi o prassi discriminatorie

Le circostanze del caso – persona straniera, intervento avvenuto nel quartiere a più alta presenza di residenti stranieri – impongono di verificare se l’operazione si inserisca in prassi di controlli selettivi su base etnica o nazionale, e rendono urgente la raccolta e pubblicazione di dati disaggregati su controlli, fermi e usi della forza.  

Quando l’uso della forza da parte di agenti dello Stato cagiona la morte di una persona appartenente a una minoranza o di una persona ritenuta tale, le autorità hanno l’ulteriore obbligo, ai sensi dell’art. 14 CEDU in combinato disposto con l’art. 2, di verificare d’ufficio l’eventuale sussistenza di un movente razzista o di prassi discriminatorie (Corte EDU, Nachova e altri c. Bulgaria [GC], 2005). Rilevano altresì la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ratificata con l. 654/1975) e la Raccomandazione generale n. 36 (2020) del Comitato CERD sulla prevenzione della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine.

Richieste alle istituzioni

L’ASGI osserva come la morte del sig. Abderrahim Fakir non possa purtroppo ritenersi un caso isolato. L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa che non pubblica dati relativi alle persone decedute durante operazioni di polizia. Inchieste giornalistiche e denunce delle organizzazioni della società civile  permettono tuttavia di ritenere che dal 2000 ad oggi oltre settanta persone siano decedute nel corso di fermi e di operazioni di polizia (https://www.google.com/maps/d/viewer).

ASGI chiede, pertanto:

  • l’intervento, per quanto di competenza, del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (istituito con d.l. 146/2013, conv. in l. 10/2014), quale meccanismo nazionale di prevenzione; 
  • l’introduzione di codici identificativi alfanumerici visibili per gli operatori impiegati in servizi di ordine pubblico e negli interventi coercitivi; 
  • la dotazione generalizzata e l’attivazione obbligatoria delle bodycam; 
  • la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, e una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; 
  • l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; 
  • la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia;
  • che venga garantita l’effettiva partecipazione dei familiari alle indagini nonchè ad ogni altra decisione.

L’Associazione, nel contempo, invita tutte le forze politiche ad astenersi da ogni stigmatizzazione del quartiere e dei suoi abitanti.

L’Associazione invita, altresì, i mass-media al rigoroso rispetto della Carta di Roma: verifica della cittadinanza e dello status prima di ogni attribuzione identitaria; tutela dell’identità, dell’immagine e della dignità della persona deceduta e dei suoi familiari; astensione da ricostruzioni colpevolizzanti e non verificate della condotta della vittima e da ogni impropria associazione tra condizione di richiedente asilo e pericolosità sociale.

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