Riammissioni di richiedenti asilo dal porto di Bari

Domenica 23 maggio, a sei cittadini stranieri di nazionalità turca tra cui una donna, è stata negata la possibilità di accedere alla richiesta di protezione in Italia, nonostante avessero immediatamente manifestato la volontà di chiedere asilo. I cittadini stranieri erano arrivati in mattinata al porto di Bari, nascosti all’interno di un camion giunto con un traghetto.

Al gruppo di cittadini stranieri, di cui faceva parte una settima persona, subito dopo il loro rintraccio, sono stati sequestrati i telefoni cellulari, i documenti e alcuni farmaci essenziali. E’ stato loro impedito qualunque contatto con avvocati, associazioni e familiari; non gli è stata garantita alcuna informativa legale e l’assistenza di un mediatore; non risulta altresì essere stata contattata l’organizzazione che, in convenzione con la Prefettura, è incaricata del servizio di informazione ed accoglienza presso il valico di frontiera. 

I sette cittadini stranieri hanno riferito di essere stati costretti con la forza a salire sul traghetto che li avrebbe portati in Grecia e di aver subìto abusi e violenze da parte della polizia italiana nel corso della procedura di riammissione. Sono stati privati in modo arbitrario della libertà personale e trattenuti all’interno di un vano tecnico, privo di finestre e di servizi igienici, talmente piccolo da doversi alternare per restare seduti in terra. Nei momenti che hanno preceduto la chiusura del suddetto vano, uno di loro è stato colto da una crisi epilettica ed è stato portato fuori dal traghetto solo dopo insistenze e proteste da parte dei suoi compagni di viaggio che gli hanno prestato un primo soccorso, prevenendone il soffocamento. Successivamente soccorso da un’ambulanza, è stato trasferito in ospedale dove è stato ricoverato. I sei richiedenti asilo sono stati trattenuti per tutta la durata del viaggio, circa 12 ore, in condizioni inumane e degradanti, al freddo, senza ricevere né cibo né acqua. Come si è appreso successivamente, dopo essere arrivati nel porto di Igoumenitsa in Grecia, sono stati ulteriormente trattenuti per 24 ore in un luogo fatiscente e dallo spazio ristretto nonché privo di qualunque misura che garantisse un adeguato distanziamento, insieme ad altri cittadini stranieri, senza che potessero comunicare ai familiari e alle associazioni dove si trovassero e senza che l’UNHCR – cui la situazione era stata segnalata – ricevesse informazioni dalle autorità italiane. La riammissione in Grecia è avvenuta in modo completamente informale senza la consegna di un provvedimento. 

Il Network Porti Adriatici[1], come già riportato nel comunicato stampa del 2 Aprile 2021, esprime ancora una volta forte preoccupazione per la politica dei respingimenti e delle riammissioni che prosegue nei porti adriatici senza alcuna valutazione delle situazioni individuali e delle cause di inespellibilità dei cittadini stranieri, anche richiedenti asilo e minori non accompagnati, in violazione del diritto di asilo e in generale della normativa europea. Nel corso del 2020 e nei primi mesi del 2021, il Network ha ricevuto un numero significativo di segnalazioni da parte di richiedenti asilo, anche minori, cui veniva impedita la tutela e la protezione garantita dalla legislazione vigente, respinti ai porti adriatici. Per quanto riguarda la Grecia, destano tuttora particolare preoccupazione le violazioni del quadro normativo europeo, con particolare riferimento agli ostacoli posti all’accesso alla richiesta di protezione internazionale e le inadeguatezze del rispetto degli standard previsti dal sistema di accoglienza del Paese. Inoltre, la Grecia continua a respingere migranti in Turchia, Paese che si contraddistingue per violazione sistematica dei diritti umani anche nei confronti dei propri cittadini e della popolazione curda. 

Ancora una volta ai porti adriatici italiani, sulla base di un accordo di riammissione bilaterale firmato da Italia e Grecia di dubbia legittimità costituzionale perché mai ratificato con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell’art. 80 Cost, si pongono in essere prassi illegittime, in violazione del diritto di asilo, sancito dall’art. 10 c. 3 Cost., e del principio di non respingimento, sancito anche dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Ancora una volta vengono effettuate espulsioni collettive di cittadini stranieri richiedenti asilo, nella più completa informalità, senza consentire l’accesso ad un ricorso effettivo ponendo in essere anche trattamenti inumani e degradanti, in violazione di numerose norme nazionali, europee ed internazionali, quali gli artt. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 13 (diritto ad un ricorso effettivo) Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, l’art. 4 Protocollo 4 della medesima Convenzione (divieto di espulsioni collettive) nonché degli artt. 1 (dignità umana), 2 (diritto alla vita), 4 (Proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti), 18 (diritto di asilo), 19 (Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione) e 47 (Diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale) della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. 

Se può essere riconosciuta agli Stati la possibilità di non consentire l’ingresso nel territorio nazionale di coloro che siano sprovvisti dei requisiti previsti dalla legge, è pur vero che questa espressione del principio di sovranità statale trova precisi limiti. Gli Stati hanno infatti l’obbligo di riconoscere, garantire e proteggere i diritti umani delle persone che si trovano sotto la propria giurisdizione nonché il dovere di rispettare le disposizioni nazionali e internazionali poste a tutela dei diritti umani. 

Si ricorda che le prassi illegittime riscontrate sono già state oggetto di scrutinio da parte della Corte europea dei diritti umani, che aveva condannato l’Italia nella sentenza resa nel caso Sharifi e a. c. Italia e Grecia originato dalla riammissione non registrata da parte dell’Italia verso la Grecia, sulla base dell’accordo bilaterale di riammissione tra Italia e Grecia, di 32 cittadini afghani, 2 sudanesi e 1 eritreo. Nel 2019 e poi nel 2020, le associazioni aderenti al Network porti adriatici avevano inviato una Comunicazione al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, al fine di rimarcare la necessità di proseguire con la procedura di monitoraggio dell’esecuzione della sentenza alla luce della permanenza ai valichi di frontiera portuali di prassi illegittime riscontrate. Alla luce dell’ennesimo caso, diviene ancor più urgente e necessario mantenere alta l’attenzione sull’esecuzione della sentenza ed evidenziare la perpetuazione delle prassi illegittime, tra cui trattamenti disumani e degradanti a danno dei cittadini di Paesi terzi, anche in considerazione dell’ intensificarsi degli arrivi attraverso la rotta adriatica in conseguenza della sempre più allarmante situazione nei Paesi della Rotta Balcanica. 

4 giugno 2021 – Network Porti Adriatici 


[1] Il Network Porti Adriatici è una rete di associazioni operative nelle città adriatiche interessate dalla presenza di porti (Ambasciata dei diritti delle Marche, A.S.G.I., Lungo la Rotta Balcanica e S.O.S. Diritti di Venezia) e, in collaborazione con associazioni operanti nei Paesi della rotta balcanica e in Grecia. Contatti : networkportiadriatici@gmail.com

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