Un recente rapporto di ricerca intitolato “Irrintracciabili: Pratiche di frontiera e scomparse forzate in Marocco”, frutto della collaborazione tra l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il progetto SOLROUTES dell’Università di Genova, getta luce su uno degli aspetti più inquietanti delle politiche migratorie contemporanee: la sparizione sistematica di persone nel contesto dei controlli di frontiera.
La ricerca, basata su un’indagine sul campo condotta tra ottobre e novembre 2024 e sull’analisi di diversi report elaborati da difensori dei diritti umani, rivela come il fenomeno delle scomparse di migranti in Marocco non rappresenti una serie di incidenti isolati, ma si configuri come elemento strutturale di un sistema di gestione dei flussi migratori che opera nell’ombra della legalità.
Nel contesto marocchino, la sparizione forzata assume contorni specifici. Non si tratta solo della scomparsa di persone durante i percorsi di migrazione bensì di un meccanismo sistematico in cui lo Stato riveste un ruolo attivo. Le autorità marocchine, come documenta il rapporto, attuano regolarmente pratiche di detenzione arbitraria e deportazione interna che si traducono in vere e proprie sparizioni.
I migranti, prevalentemente sub-sahariani, vengono fermati sia nelle zone di confine che nei centri urbani, privati dei documenti d’identità e dei mezzi di comunicazione, e trasportati verso destinazioni remote senza alcuna notifica ai familiari o rappresentanti legali. Questa prassi colpisce indiscriminatamente anche persone con status regolare, titolari di documenti rilasciati dall’UNHCR, minori e soggetti vulnerabili.
La definizione giuridica di sparizione forzata si articola su tre elementi essenziali: la privazione della libertà, il coinvolgimento diretto o indiretto dello Stato, e l’occultamento della sorte o del luogo in cui si trova la persona. Come evidenzia il documento, le pratiche marocchine soddisfano tutti questi criteri. I migranti vengono arrestati da agenti statali o soggetti che operano con il loro consenso, detenuti in strutture spesso informali, privati della possibilità di comunicare con l’esterno, e “dispersi” attraverso trasferimenti forzati che rendono impossibile rintracciarli.
Due episodi analizzati nel rapporto risultano emblematici di questo fenomeno. Il primo è il cosiddetto “massacro di Melilla” del giugno 2022, quando almeno 23 migranti persero la vita e 77 rimasero feriti durante un tentativo di attraversamento della frontiera. A distanza di anni, 70 persone risultano ancora disperse, vittime di un sistema che deliberatamente occulta il loro destino. Il secondo caso riguarda gli eventi di Ceuta nel settembre 2024, quando migliaia di migranti furono sottoposti a violenti respingimenti, con conseguenti arresti di massa e deportazioni interne che hanno portato alla scomparsa di decine di persone.
Ciò che emerge con particolare forza è la dimensione della razzializzazione di queste pratiche, che colpiscono generalmente i migranti sub-sahariani. Come sottolinea il rapporto, “è la mobilità nera che viene contenuta, sono i corpi dei migranti sub-sahariani razzializzati e illegalizzati” a subire sistematicamente queste violazioni.
Il fenomeno delle sparizioni nel contesto migratorio marocchino non può essere compreso senza considerare il più ampio processo di esternalizzazione delle frontiere europee. Il Marocco, ricevendo sostanziosi finanziamenti dall’Unione Europea per la gestione dell’immigrazione, si trova a svolgere il ruolo di guardia di frontiera avanzata. In questo contesto, le sparizioni forzate diventano parte di un sistema di controllo migratorio in cui l’invisibilizzazione dei migranti diventa strategia deliberata.
Il rapporto mette in evidenza anche le gravi carenze nei meccanismi di ricerca delle persone scomparse. Le denunce presentate dai familiari raramente conducono a indagini efficaci, mentre le autorità negano sistematicamente l’accesso alle informazioni. La situazione è ulteriormente aggravata dalla prassi di registrare erroneamente i dati anagrafici dei migranti detenuti, rendendo quasi impossibile rintracciarli.
Le pratiche documentate violano numerosi diritti fondamentali: dal diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, al divieto di espulsioni collettive, dal divieto di tortura e trattamenti inumani, al diritto alla vita, fino al diritto alla verità delle famiglie delle persone scomparse.
Lo studio “Irrintracciabili” rappresenta un contributo alla comprensione di un fenomeno invisibilizzato nel dibattito pubblico sulle migrazioni. Dietro fredde statistiche sui “flussi migratori” e sui “controlli di frontiera” si nasconde la realtà di migliaia di persone che scompaiono nel sistema, cancellate non solo fisicamente, ma anche giuridicamente, ridotte a non-persone in un limbo di cui lo Stato nega l’esistenza.

