Le politiche contro la tratta sono ancora incomplete

Questo articolo è apparso su www.ingenere.it il 23 febbraio 2016 e fa riferimento ai contenuti dell’ audizione tenutasi il 14 settembre 2015 dall’avv. Francesca Nicodemi a nome dell’ASGI presso la Commissione parlamentare d’ inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere nell’ambito del “Comitato mafie, migranti e tratta degli esseri umani, nuove forme di schiavitù”.

Come ho avuto modo di constatare nel mio lavoro di avvocata e referente per l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), dalla fine degli anni ’90 a oggi, il fenomeno della tratta degli esseri umani in Italia ha subito continue modificazioni includendo nuove forme di sfruttamento. A quello sessuale si affiancano quello in ambito lavorativo, dell’accattonaggio, delle attività illecite, nonché lo sfruttamento finalizzato all’espianto degli organi e alle adozioni illegali. I gruppi di vittime sono più compositi, inoltre, in termini di nazionalità, genere, età e background socio-culturale.

Anche le rotte sono cambiate. L’Italia non è più solo paese di destinazione ma è anche territorio di transito. Si sono modificati l’organizzazione delle reti e dei singoli criminali e i metodi di reclutamento, di controllo e sfruttamento impiegati, con l’evidenziarsi di alcuni trend tra cui il passaggio da gruppi dilettantistici a gruppi fortemente organizzati con collegamenti transnazionali e radicati nei paesi di destinazione, il passaggio da forme di controllo coercitive e violente a strategie di sfruttamento basate anche sulla parziale condivisione dei profitti con le vittime, la diversificazione e la sovrapposizione degli ambiti in cui sfruttare contemporaneamente le vittime.

Tra le vittime di tale odioso crimine, un numero consistente continua a essere costituito dalle donne di nazionalità nigeriana, condotte nel nostro paese approfittando della loro posizione di vulnerabilità, dietro assunzione di un debito elevatissimo e soggiogate tramite riti voodoo e la minaccia di ritorsione ai familiari rimasti nel paese di origine. Recentemente le vittime sono sempre più giovani e provenienti da contesti culturali sempre più poveri, con la conseguenza che, spesso analfabete, non possiedono gli strumenti per ribellarsi alla propria “madame”[1], né sono in grado di poter anche solo pensare ad alternative rispetto alla situazione in cui si trovano.

A caratterizzare questa fase storica, c’è anche il fatto che il fenomeno del traffico di migranti (smuggling of migrants) e della tratta di persone (trafficking of human beings) – un tempo ben distinti per come li definiva la convenzione Onu sul crimine organizzato transnazionale – si sovrappongono e si confondono l’uno con l’altro. Spesso un percorso iniziato come migrazione irregolare può infatti trasformarsi in sfruttamento e riduzione in schiavitù, una volta che la persona giunge nel paese di destinazione e la condizione di vulnerabilità la porta a cadere in circuiti di assoggettamento.

Recentemente il fenomeno ha subito ulteriori modificazioni sotto il profilo del tragitto che le vittime di tratta affrontano per raggiungere l’Europa e l’Italia. L’aumento esponenziale di persone che – in fuga da paesi in guerra o comunque rischiosi per l’incolumità personale – si affidano alle organizzazioni che favoriscono l’ingresso illegale sui nostri territori, ha indotto le organizzazioni criminali dedite alla tratta a confondere le proprie vittime tra i tanti migranti che approdano sulle nostre coste e chiedono il riconoscimento dello status di rifugiato. Per questo oggi è più che mai necessario mettere in atto tutte le misure che consentano una adeguata e precoce identificazione delle vittime, e quindi l’emersione di storie di questo tipo e favoriscano così una pronta assistenza e protezione a persone estremamente vulnerabili come sono le vittime di tratta.

Resta da chiedersi se il sistema italiano abbia realmente adottato le misure di assistenza alle vittime della tratta degli esseri umani previste dalle principali fonti di carattere internazionale ed europeo[2].

Certo, l’Italia si è fornita di uno strumento giuridico a tutela delle persone straniere vittime di tratta e in generale di gravi forme di sfruttamento in tempi precoci rispetto a quelli delle fonti internazionali sopra citate e a molti altri stati. Parliamo dell’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione, che costituisce ancora oggi uno strumento importante di tutela. La norma prevede la possibilità di rilasciare uno speciale permesso di soggiorno alle persone straniere che siano state vittime di situazioni di “violenza o grave sfruttamento” e che risultino esposte a un grave e attuale pericolo per la loro incolumità. Inoltre la norma ha aperto la strada a un sistema di protezione e assistenza.

I programmi di assistenza e integrazione sociale, hanno iniziato ad attivarsi su tutto il territorio nazionale a partire dal 1999 dando vita al sistema nazionale anti-tratta, coordinato a livello centrale e finanziato dal Dipartimento per le pari opportunità presso la presidenza del consiglio dei ministri. Oggi, tuttavia, l’efficacia di questo sistema è minata da diversi fattori. In primo luogo, una disomogenea applicazione della norma contenuta nell’articolo 18 e una sua cattiva interpretazione fa sì che vi sia una tutela limitata delle vittime, che spesso si vedono negato il rilascio del permesso di soggiorno e dunque la possibilità di un definitivo inserimento nel contesto sociale e lavorativo. Ma la debolezza del sistema è dovuta anche e soprattutto al limitato recepimento delle disposizioni contenute nelle fonti internazionali ed europee citate in precedenza.

Il decreto legislativo 4 marzo 2014 n. 24 che ha recepito la direttiva 2011/36/UE ha mancato di introdurre nell’ordinamento nazionale alcune importanti disposizioni sotto il profilo della effettiva tutela delle vittime e per il consolidamento di un buon sistema anti-tratta, non colmando dunque alcune carenze del sistema. In particolare, la mancata predisposizione di misure adeguate per la rapida identificazione – previste dalla direttiva europea – ha comportato forti limiti nella tutela delle vittime soprattutto nella fase del primo contatto tra queste e le autorità, proprio come nel caso delle numerose vittime di tratta confuse tra i migranti che approdano sulle nostre coste e richiedono la protezione internazionale.

La complessità del fenomeno e la trasversalità degli aspetti normativi che chiama in causa, richiede politiche altrettanto complesse, capaci di agire su più direttrici, quali il contrasto dei crimini connessi alla tratta, la prevenzione e la protezione e la tutela delle vittime.

Non resta che augurarsi che gli interventi del governo, in particolare la prossima adozione del piano nazionale di azione contro la tratta previsto dal D.Lgs. 24/14, contribuiscano a colmare, almeno parzialmente, tali importanti lacune.

NOTE

[1] Le madame sono donne nigeriane che hanno lavorato come prostitute in Italia e hanno dovuto poi smettere a causa dell’avanzare dell’età. Sono quindi impegnate nel reclutamento di ragazze più giovani in Nigeria da trafficare come prostitute.

[2] In particolare, oltre al protocollo addizionale sulla tratta alla convenzione delle Nazioni Unite sul crimine organizzato transnazionale, la convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta alla tratta di esseri umani, approvata a Varsavia nel 2005 e la Direttiva europea 2011/36/UE.

Francesca Nicodemi

Riferimenti

Eurostat working paper on trafficking in human beings, 2015

UNODC Global Report on trafficking in persons, 2014

Rapporto Caritas/CNCA sulla tratta, 2013

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