DiMMi di storie migranti: Intervista al Prof. Alessandro Triulzi

di Luciana Breggia
Presidente Sez Specializzata Tribunale Firenze

Le storie dei richiedenti asilo rappresentano fatti ed esperienze nel corso delle audizioni tenute da coloro che hanno il potere di decidere se concedere una protezione. Le decisioni amministrative e giudiziarie riconoscono o meno credibilità ad un racconto collocato in una dimensione del tutto estranea all’esperienza di chi è chiamato a decidere. La comunicazione delle storie richiederebbe una mediazione linguistica e culturale molto complessa che nel processo difficilmente si ottiene.

Questione Giustizia, con la sua Rubrica Diritti senza confini, intende prestare attenzione a questo fondamentale profilo, non ancora sufficientemente studiato dal punto di vista giuridico, pubblicando storie ed analisi di racconti con il contributo di discipline differenti. A partire dall’intervista di Luciana Breggia al professore Alessandro Triulzi, che inaugura questo filone di approfondimento esponendo i contenuti di un interessante progetto.


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Ho conosciuto Alessandro Triulzi a Lampedusa, nel novembre del 2019, in occasione di un convegno organizzato da Area Democratica per la Giustizia e l’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione, dal titolo La frontiera del diritto e il diritto della frontiera.

Quale professore di storia dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale’’, era stato invitato a svolgere una relazione sul tema La dimensione geopolitica dei fenomeni migratori. Io partecipavo alla sessione del giorno dopo, dedicata all’attuazione del diritto dell’immigrazione e mi veniva chiesto un intervento sulla mia esperienza di   giudice ordinario. Uno dei profili centrali della mia esperienza era quello, comune all’avvocato che si occupa della protezione internazionale, di raccogliere storie, ricostruire per ogni singola persona la biografia tramite l’audizione, che resta il momento centrale del procedimento. Nel caso dei richiedenti asilo, la discussione sulla verità delle loro storie costituisce una questione spinosa, poiché il loro futuro dipende dal fatto che esse siano ascoltate e credute, che riescano a comunicare le loro esperienze in modo da convincere della loro autenticità coloro che hanno il potere di decidere se concedere o meno una protezione.

I ricorrenti raccontano di fatti avvenuti in luoghi e culture molto lontane, di cui i giudici e i difensori (a parte minoranze molto formate da tempo) non hanno conoscenza diretta. Fatti tradotti da altre lingue e spesso nemmeno con passaggio diretto dalla lingua originaria all’italiano, ma attraverso le c.d. lingue veicolari (francese, inglese, arabo).

Si è detto che il giudizio sulla credibilità del richiedente asilo è procedimentalizzato ed è vero che soccorrono diversi criteri normativi. Questi criteri lasciano comunque un margine di discrezionalità ampia all’esaminatore che deve valutare se la storia è ‘plausibile’, se il ricorrente è ‘in generale attendibile’. Questa è una delle difficoltà principali riscontrate perché le storie sono indagate attraverso un filtro valutativo che risente, anche a livello inconscio, della cultura occidentale.

Proprio parlando con Alessandro della difficoltà per il giudice di comprendere contesti complessi e appartenenti ad altre culture, e della necessità di inserire nei procedimenti di protezione, altri saperi oltre a quello giuridico, ho appreso del Concorso DiMMi-Diari mutimediali migranti, che ha portato – tra gli altri risultati – alla costituzione di un fondo di raccolta di memorie migranti promosso annualmente dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, vicino ad Anghiari. Il Concorso fa parte di un progetto nazionale di raccolta di racconti di sé di immigrati e residenti stranieri che, a differenza delle storie elaborate dai richiedenti asilo durante il procedimento di protezione, sono svincolate dalla finalità di ottenere una forma di protezione, e dunque non sono alterate dalla necessità di avere uno statuto di verità. Proprio per questo possono rappresentare una vera miniera per approfondire conoscenze indispensabili per chi si occupa d’immigrazione. Mi è venuto quindi in mente di porre qualche domanda ad Alessandro Triulzi per far conoscere questo progetto anche nell’ambito giudiziario, perché, tra l’altro, può contribuire a fornire elementi utili per chi, con tutti i limiti, deve comunque decidere sulla base delle narrazioni raccolte nel processo.

D: In primo luogo, vorrei chiederti come è nato questo progetto e quando.

R: Il Concorso DiMMi è nato nel 2012 su iniziativa della Regione Toscana, che ha affidato all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano il compito di raccogliere i racconti di sé delle persone straniere residenti in Italia per coinvolgere la cittadinanza sui temi della pace, della memoria e del dialogo. Da più di 35 anni l’ADN raccoglie i diari e i racconti autobiografici dell’Italia contemporanea conservando nei suoi archivi circa 8000 testimonianze di uomini e donne di ogni condizione che hanno voluto lasciare traccia del loro vissuto affidandone la conservazione alla ‘banca dei diari’ creata da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano. “Avete un diario nel cassetto? Non lasciate che vada in pasto ai topi del 2000”: così, il piccolo paese della Valtiberina ha accolto con entusiasmo la richiesta di Tutino dando vita, a partire dal 1984, a una pratica di memoria collettiva tra le più significative nella società italiana del dopoguerra. La raccolta di diari provenienti da persone migranti che vivono o hanno vissuto in Italia ha visto fino ad oggi cinque edizioni (la quinta si chiuderà nel settembre 2020) con il risultato di attivare il primo fondo ufficiale di raccolta e archiviazione dei ‘diari’ di immigrati di prima e seconda (oggi terza) generazione provenienti da 34 paesi di tutto il mondo.

Il Concorso DiMMi si è così affiancato all’azione di raccolta diaristica condotta dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale integrandone le collezioni con un fondo che a oggi ha riunito circa 330 testimonianze di viaggio e racconti di sé di persone arrivate in Italia dal secondo dopoguerra in poi. Nell’anno 2019 DiMMi si è trasformato in un progetto nazionale “DIMMI di storie migranti” attraverso un finanziamento della Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) affidato a una rete di 46 associazioni, centri e istituzioni locali e regionali che hanno contribuito alla raccolta di memorie migranti in sei regioni italiane.

D: Quale è lo scopo fondamentale del progetto DiMMI?

R: Fin dagli inizi il Concorso DiMMI si è proposto tre obiettivi specifici: 1) promuovere il dialogo tra cittadini di diverse origini e condizioni attraverso la narrazione delle loro esperienze di vita; 2) istituire e rafforzare un fondo dedicato di archiviazione e raccolta dei diari di persone immigrate a qualunque titolo nel nostro paese; 3) stimolare la costruzione di una memoria collettiva delle diverse provenienze della popolazione residente sul territorio italiano favorendone i fattori di integrazione, di inclusione e di riconoscimento reciproco. La motivazione culturale del progetto è restituire soggettività alle persone migranti rappresentate spesso nei media e nel linguaggio comune come una massa anonima e indistinta di persone variamente definite da alcuni ‘vittime’ e da altri ‘invasori’ del suolo patrio. La molteplicità di vissuti che si esprime attraverso l’auto-narrazione di percorsi migratori e di scelte di vita individuali intende restituire ai soggetti migranti la titolarità di rappresentazione di percorsi migratori che hanno trovato sbocco a diverso titolo nel nostro paese. Dal punto di vista del patrimonio di memorie diffuse sul territorio nazionale, la raccolta di centinaia di storie migranti presenti in Italia intende includere nella memoria più ampia della nazione le memorie individuali di comunità straniere che hanno acquisito i titoli per richiedere e spesso ottenere la cittadinanza italiana, conservarne le tracce in archivio, e marcarne i contributi linguistici e culturali che sono propri dei contesti di provenienza.

D: Chi raccoglie i racconti dell’io migrante e come vengono selezionati?

R: I racconti di sé del progetto DIMMI nascono all’interno dei territori di accoglienza che sono molto differenziati su base nazionale e influenzano la capacità di auto-narrazione dei migranti. Va qui ricordato che i racconti DIMMI sono per loro natura e finalità molto diversi dalle memorie ufficiali redatte dai richiedenti asilo ai fini della richiesta di protezione. Queste sono narrative finalizzate a dimostrare il titolo dei richiedenti a rimanere nel paese di arrivo attraverso una qualche forma di protezione internazionale. I racconti di sé veicolati dal progetto DIMMI vengono perlopiù articolati in periodi successivi, e a volte distanziati di anni, dalle procedure per il riconoscimento di asilo e/o per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Essi trovano linfa e sostegno nella vicinanza relazionale e nella positività di contatti che le persone migranti, soprattutto i minori, hanno con strutture dedicate di accoglienza e la loro capacità di offrire una relazione di cura e non solo la gestione di servizi. I racconti di sé nascono da questa relazione di vicinanza, essi sono il risultato di un’attenzione, e un accompagnamento, al processo di crescita della soggettività, ed è questa relazione che motiva, sostiene e alimenta la disponibilità a comunicare il proprio Io con l’esterno, esprimere le proprie emozioni, i propri sogni di futuro, e dunque la voglia di aprirsi e di raccontarsi, il bisogno di lasciar uscire, e quindi liberarsi, di un ricordo traumatico.

Di qui la grande diversità dei racconti DIMMI fin qui raccolti. Espressione a volte di ‘ritorni di memoria’ di persone arrivate da più di un trentennio che trovano la forza di tornare sulle proprie scelte migratorie a distanza di anni, altre volte di liberarsi di un grumo di dolore accumulato prima dell’arrivo e che ostacola la relazione con l’esterno, le storie DIMMI rappresentano il tentativo a più voci di testimoniare i complessi percorsi di uscita dall’ ambiente originario, le ripetute violenze subite durante il viaggio e i successivi processi di ambientamento e integrazione nel paese di arrivo, di cui ricordano, con grande immediatezza e non di rado ironia, le sorprese, le asperità e le sfide.

A volte sono veri e propri esercizi di memoria trattenuti a mente o annotati a mano che si riversano all’occasione in un flusso ininterrotto di parole. Mohammed Reza, un ragazzo afgano passato per l’Italia sedicenne dopo due anni di viaggi spericolati attraverso la rotta balcanica per raggiungere un lontano parente in Svezia, invia due anni dopo a CivicoZero, la struttura di sostegno che lo ospita durante il breve soggiorno romano, uno straordinario racconto delle sue ‘avventure’ di viaggio attraverso più confini e barriere con lo stesso stile ironico e scanzonato di un Huckleburry Finn nostrano. E lo scrive in farsi, o persiano, in ordinate righe alterne che compongono le 70 pagine di un quaderno rilegato in plastica che dopo molte peripezie arriva nelle mani di un operatore di CivicoZero, Yves Légal, che per primo lo aveva incoraggiato a scrivere il suo racconto di viaggio. ‘Ci vorrà tanto tempo quanto è durato il viaggio’, era stata la risposta. E così, due anni dopo, il manoscritto è arrivato in Italia ed è stato presentato successivamente al Concorso DIMMI.

I racconti DIMMI arrivano in vario modo a Pieve Santo Stefano, per lo più veicolati da persone singole, docenti, operatori, oppure da strutture o centri di accoglienza che incoraggiano il loro autore o autrice a partecipare al Concorso che si tiene annualmente. La selezione delle storie avviene attraverso la valutazione di apposite Commissioni di lettura e infine di una giuria nazionale che premia le migliori storie in concorso con la pubblicazione presso l’editore Terre di Mezzo. A tutt’oggi sono usciti due volumi, Parole oltre le frontiere (2018) e Se il mare finisce (2019). Il terzo volume che riunisce le storie selezionate nel 2019 sarà pubblicato quest’anno. Ma la selezione delle storie finaliste prosegue parallelamente al processo di archiviazione di tutte le storie ricevute attraverso il Concorso DIMMI, il che ha permesso all’Archivio di Pieve Santo Stefano di mettere in piedi un ricco fondo di storie di immigrazione di stranieri in Italia che trova la sua giusta collocazione accanto alla collezione di memorialistica nazionale e alle storie relative alla emigrazione di italiani all’estero (www.idiariraccontano.org/).  

 D: Questi racconti narrano le storie delle persone che vengono a vivere da noi, ma restituiscono anche un racconto sull’Italia, sono anche le storie di chi incontra e accoglie i migranti. Che quadro ne esce?

R: Il quadro che esce dall’incontro tra italiani e stranieri ha un immediato riscontro sul terreno delle pratiche di memoria. Le storie di chi arriva in Italia attraverso un percorso migratorio ci restituiscono un racconto di come l’Italia sia cambiata negli ultimi trent’anni non solo per leggi e decreti, spesso iniqui e ostili all’immigrazione, ma anche per il moltiplicarsi di pratiche di solidarietà diffuse sul territorio che mitigano e restituiscono senso alla parola ‘accoglienza’.

Le storie qui raccolte fanno anche riflettere su quanto complesso e articolato sia il processo di rielaborazione dei vissuti personali di migranti e richiedenti asilo, spesso tacciati di fornire rappresentazioni standardizzate, e quanto arricchente sia l’espressione diretta dell’io migrante quando questo è incoraggiato ad esprimersi senza confini. Trovare la forza di raccontare, di lasciarsi andare liberamente al ricordo, e di rivivere l’esperienza della migrazione e dei molteplici traumi che l’hanno attraversata fino alla decisione di volerla condividere con altri in una ritrovata fiducia in sé stessi non è cosa facile. Eppure, è solo questa incontenibile vis narrandi, questa voglia di condividere e articolare la propria voce insieme a quella di altri narratori, che ha permesso all’Archivio diaristico nazionale otto anni fa di creare il fondo speciale di diari migranti che è alla base del progetto DIMM. Queste storie vengono offerte come testimonianza, e fonte di maggiore conoscenza e consapevolezza, per chiunque voglia approfondire e conoscere più da vicino il vissuto, i timori, le speranze di chi ha scelto o è stato costretto nel XXI secolo a lasciare il proprio paese e a migrare lontano dalla propria terra e famiglia per ricominciare da capo e fondarne una nuova, consolidarne le basi, irrobustirne le radici, dare vita a nuove forme di identità e di appartenenza.

D: Duccio Demetrio ha molto lavorato sull’ autobiografia come terapia e ad Anghiari, sempre in Valtiberina, ha fondato la Libera Università dell’autobiografia. Nella tua esperienza, per gli immigrati da altri paesi, scrivere la propria storia ha anche una funzione che potremmo definire terapeutica, in quanto permette una costruzione o scoperta di identità?

R: Non c’è dubbio. Nelle storie DIMMI abbiamo infinite prove di questa scoperta di sé, la costruzione di una propria identità, di trovarsi nella situazione di far parte del paese di origine e a allo stesso tempo di sentirsi a casa in Italia, della liberazione da ogni schema o etichetta che voglia uniformare o regolamentare le strutture di appartenenza degli individui. Come fa Fernanda, argentina residente in Toscana, arrivata in Italia ‘per amore’ una ventina di anni fa, che definisce ‘mescola’ la sua identità meticcia metà spagnola e metà francese, con discendenze italiane e araucane: “La parola che identifica me – spiega nella sua lingua anche essa mischiata – è mescola. Vengo di una terra colonizzata, mescolata alla forza… Ho conosciuto tantissime persone. Ho viaggiato. Ho visto dei posti fantastici. Ho fatto degli amici. Ho lavorato tanto, anche duramente, per guadagnarmi da vivere… Ho imparato anche che io sono le mie radici, non importa dove vado o quando mi mescolo, o mi adatto. Perché l’origine ci lo portiamo addosso volendo o no. Anzi quando più ti allontani del tuo origine più lo incarni.” Leggere nel loro incerto italiano i racconti di molti emigrati dal loro paese e immigrati nel nostro riduce la ‘doppia assenza’ caratteristica di ogni immigrato, la distanza in qualche modo incolmabile tra il qui e il  di ogni percorso migratorio, e fa partecipare il lettore a quella operazione di ‘scavo’ nell’animo umano, e del suo inconscio, che richiede ogni rielaborazione di memoria. Non a caso Pieve Santo Stefano dista pochi chilometri da Anghiari, dove Demetrio e Tutino fondarono nel 1998 la Libera Università dell’Autobiografia, l’altra struttura di pedagogia della memoria stabilita in Toscana per la formazione e la crescita di persone adulte e consapevoli. E poiché, come ha scritto Beppe Fenoglio, andare in guerra e emigrare sono da sempre “le due esperienze veramente gravi e dure della vita”, i diari e le loro filiazioni multimediali di memoria sono i necessari complementi, e completamenti terapeutici, di esperienze vissute e rielaborate, cioè propriamente ‘esperite’, attraverso la rivisitazione del ricordo e la sua rievocazione individuale. Nel caso dei racconti di sé liberamente espressi dai migranti, la riflessione autobiografica permette in qualche modo la riconciliazione con l’atto di abbandono, o rottura iniziale, con il proprio ambiente e cultura di origine. Come ogni trauma, ogni evento migratorio ha bisogno di una sua riconciliazione con il luogo e gli affetti fondanti della propria vita che la narrazione o scrittura, nel rievocarli, in qualche modo ricompone e facilita.

D: I magistrati e gli avvocati che si occupano di protezione si avvalgono delle raccolte di Country of Origin information (C.O.I.), che spesso però offrono indicazioni generiche: c’è bisogno di una giustizia di dettaglio, ma rischiamo di fare giustizia sommaria. Da questo punto di vista, le storie raccolte nell’ambito del progetto potrebbero dare tante informazioni più specifiche. Sarebbe possibile e come renderle accessibili ai giudici e agli avvocati?

R: Il progetto DIMMI di storie migranti è stato pensato per diffondere maggiori consapevolezze sulla complessità del fenomeno migratorio e per offrire materiali di riflessione e di conoscenza a un pubblico differenziato di fruitori con diversi bisogni di informazioni e conoscenze. Questo vale per la scuola, dove la lettura e il confronto con storie e autori/autrici DIMMI possono servire alla comparazione dei contesti di origine e delle molte disuguaglianze della contemporaneità, e per il confronto dal vivo con il vissuto di una generazione di adolescenti assai più ricco e autosufficiente dei loro coetanei italiani. Questa opportunità potrebbe essere rivolta anche al mondo giudiziario in generale, e a tutti coloro che sono tenuti a giudicare o rappresentare a vario titolo i comportamenti di persone provenienti da universi culturali radicati in norme, credenze e pratiche di vita estranee alla cultura italiana.

Le storie raccolte e archiviate del progetto DiMMi sono un potenziale strumento di approfondimento di situazioni e contesti locali su cui il pubblico italiano, compresi gli operatori di giustizia e della sicurezza, hanno scarse conoscenze o informazione. Le storie DiMMI offrono spaccati narrativi dei differenziati contesti di origine dei soggetti migranti, dei meccanismi culturali di adesione o rigetto delle norme che li permeano, delle situazioni di vivibilità o di invivibilità delle strutture originarie di appartenenza e dei simulacri di legge e ordine che sopravvivono al loro tracollo, e della loro manipolazione da parte di governi e apparati di potere.

In un mondo della comunicazione dove gli inviati speciali sono stati sostituiti da grandi agenzie e network multimediali che concentrano la loro attenzione più sulla superficie che sui meccanismi interni del funzionamento del mondo e sulle sue deformazioni, avere testimonianze dirette di persone che hanno vissuto sulla loro pelle l’oscuramento di futuro che li ha indotti a lasciare le loro case e affetti, e che testimoniano, descrivono o denunciano gli eccessi di violenza, profitti e corruzione di cui sono stati vittime e a volte portatori, può essere utile a chi su queste situazioni, pratiche e comportamenti si deve pronunciare. I racconti diretti dai confini del nostro scibile, per quanto soggettivi e incompleti, possono essere visti come reportage su aree e spaccati del mondo a noi poco conosciuti. I migranti possono essere visti come i reporter, per caso o per necessità, di una molteplicità di testimonianze sull’oggi tumultuoso che si svolge alle nostre frontiere, e in quelle dell’umanità ai suoi limiti.

Credo che questo ricco materiale documentario potrebbe essere messo a disposizione di avvocati e magistrati attraverso un lavoro di indicizzazione delle storie DIMMI suddivise per tema, attività, zona di interesse, contesto di legalità, violazione di diritti e pratiche di violenza, ecc. in modo da incoraggiare una maggiore condivisione di conoscenze pubbliche e di contribuire così alla formulazione di giudizi più informati e consapevoli. La costruzione di questa piattaforma dedicata all’immigrazione, da concordare con le istituzioni interessate, potrebbe affiancarsi alle altre piattaforme settoriali messe in atto dall’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano (Italiani all’estero, Elette e eletti, la Grande Guerra, ecc.) in modo da contribuire alla crescita civile della società italiana e delle sue istituzioni.

Photo by Arthur Miranda on Unsplash.

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