Carta famiglia: il Tribunale di Milano rinvia alla CGUE la questione dell’esclusione dei cittadini extra UE

Con ordinanza del 14 settembre 2020, Il Tribunale di Milano chiede alla Corte di Giustizia UE di pronunciarsi in via pregiudiziale sulla compatibilità della norma che limita i beneficiari della Carta famiglia ai soli cittadini italiani e dell’UE con i principi di parità di trattamento contenuti nelle Direttive UE.

La Carta famiglia è una misura istituita nel 2015 ma divenuta operativa solo all’inizio di quest’anno, che dà diritto a uno sconto su forniture di beni o servizi da parte di soggetti pubblici e privati convenzionati con lo Stato.

Come già segnalato, la norma istitutiva non prevedeva alcuna limitazione in base alla cittadinanza: tuttavia, la legge di bilancio del 2018 (confermata dal DM del Ministero della famiglia Fontana del 27.6.19) ha limitato la misura ai soli cittadini italiani e dell’Unione Europea.

ASGI, insieme alle Associazioni APN e NAGA, ha presentato un ricorso al Tribunale di Milano chiedendo, previo rinvio pregiudiziale alla Corte UE, di accertare la condotta discriminatoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Politiche della Famiglia, “consistente nell’aver predisposto e nel mantenere anche per il 2020 il portale per le domande di carta della famiglia con modalità tali da consentire la presentazione della domanda solo ai cittadini italiani o di Paesi UE.”

Le Associazioni ricorrenti hanno chiesto al Tribunale di effettuare innanzitutto un esame di compatibilità della normativa italiana con le seguenti clausole di parità:

  • art. 11 par. 1 lett. d) della Direttiva 2003/109/CE (cittadini extra UE con permesso per soggiornanti di lungo periodo) in quanto la carta della famiglia rientra nelle nozioni “prestazioni sociali, assistenza sociale e protezione sociale” previste dalla disposizione;
  • art. 12 par. 1 lett. e) della Direttiva 2011/98/UE (cittadini extra UE con permesso che consente di lavorare) in relazione all’art. 1 lett. z e all’art. 3 lett. j del regolamento 2004/883/CE in quanto la prestazione rientra tra le prestazioni familiari previste dal Regolamento;
  • Art. 14, paragrafo 1, lett. e) della direttiva 2009/50/CE sempre in relazione all’art. 1, lett. z e all’3, lett. j del regolamento 2004/883/CE per i cittadini titolari di Carta Blu
  • Art. 24, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE(familiari extra UE di cittadini dell’Unione), poiché, ad avviso delle ricorrenti, la prestazione rientra nell’ambito della “sicurezza sociale”, la quale appartiene al campo di applicazione dei trattati.
  • Art. 29 della direttiva 2011/95/UE (titolari di protezione internazionale) poiché la carta della famiglia rientra nella nozione di “assistenza sociale” ivi prevista.

Secondo le associazioni ricorrenti le Direttive contengono norme chiare, precise ed incondizionate e, pertanto, suscettibili di applicazione diretta
nell’ordinamento nazionale.

Il Giudice milanese ha ritenuto opportuno rimettere alla Corte di Giustizia le questioni interpretative poste dalle Associazioni in particolare rispetto alle nozioni di “prestazioni sociali”, “assistenza sociale”, protezione sociale”, “accesso a beni e servizi”, ovvero “prestazione familiare” previste dalle Direttive sopra citate e dal Regolamento 2004/883/CE. L’unica questione che non pone un problema interpretativo, secondo il Tribunale, riguarda la Direttiva 2004/38/CE poiché la prestazione ben può essere richiesta dal membro della famiglia di cittadinanza UE.

Le Associazioni ricorrenti esprimono perplessità in merito alla decisione di rinviare la questione alla CGUE poiché la Carta famiglia rappresenta una misura veramente insignificante (che consiste in sostanza nell’accesso a uno sconto del 5% solo nei negozi convenzionati) e chiedono al Governo e al Parlamento “che, senza aspettare il giudizio della Corte, pongano immediatamente rimedio a questa situazione cancellando l’esclusione degli stranieri e rivedendo radicalmente le norme che regolano la carta-famiglia

L’ordinanza

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