L’avvocata Ebru Timtik contro la repressione turca

Con grandissimo dolore abbiamo appreso della morte dell’avvocata turca Ebru Timtik, deceduta in carcere il giorno 27 agosto dopo uno sciopero della fame durato 238 giorni.

Unendoci alle organizzazioni e associazioni forensi, italiane e internazionali, intendiamo esprimere il nostro cordoglio alla sua famiglia e alla sua comunità professionale, nonché la nostra preoccupazione per le condizioni di salute del suo collega e compagno di lotta, Aytac Unsal, di cui chiediamo l’immediata liberazione.

Siamo vicini a quanti combattono per l’affermazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano e per una giustizia equa, indipendente ed imparziale.


Riportiamo la lettera scritta dalla redazione di Questione Giustizia:

Per Ebru Timtik 

In tutti coloro che credono nel diritto – e perciò stesso nella necessità della “lotta per il diritto” – la terribile morte di Ebru Timtik  suscita, insieme ad un profondo dolore, un’altrettanto profonda inquietudine.

Ebru Timtik è una avvocata che si è levata contro il potere, non disponendo di altre armi che quelle della conoscenza e della parola.

E’ una giovane donna che ha deciso di resistere alla “assenza” di giustizia e, non disponendo di altro che del suo corpo, non ha arretrato di fronte agli stenti ed al dolore.

E’ una persona rimasta fedele alla sua libertà in uno Stato precipitato, nel volgere di qualche anno, in una feroce dittatura.

Di fronte all’enormità – esistenziale e simbolica – della sua figura è inevitabile chiedersi se è stato fatto – se abbiamo fatto – tutto quello che era umanamente possibile per evitare il tragico epilogo della sua vicenda.  

Ed è altrettanto inevitabile per ognuno di noi interrogarsi sulla propria capacità di dispiegare almeno una parte della sua forza per difendere libertà, onore professionale, sentimento di giustizia minacciati da un potere che, paradossalmente, ha vestito le forme della giurisdizione.

Il potere giudiziario – questa vicenda lo rivela ancora una volta – può essere, forse più di ogni altro, feroce e distruttivo se si separa dall’indipendenza e dalla tensione verso l’imparzialità di chi giudica e di chi muove l’accusa e se viola le regole di conoscenza proprie del giudizio.

Sono giudici e pubblici ministeri che in Turchia stanno gestendo nei tribunali una repressione indiscriminata e brutale contro avvocati e altri magistrati.

E sono giudici i membri della Corte costituzionale turca che hanno respinto la richiesta di rilascio a scopo precauzionale per Ebru Timtik e per il suo collega Aytaç Ünsal (anche lui in sciopero della fame da un periodo interminabile) non ravvisando un pericolo per la loro vita o la loro integrità morale e materiale.  

Per tutti gli avvocati ed i magistrati perseguitati 

Nel nostro Paese e in Europa avvocati e magistrati si sono sforzati di tenere viva l’attenzione dei cittadini su quanto sta accadendo in Turchia.

Il 15 luglio 2020, esattamente a quattro anni di distanza dal fallito colpo di Stato in Turchia che ha segnato l’avvio di un’orchestrata campagna di distruzione dello Stato di diritto e dell’indipendenza del potere giudiziario, “The Platform for an Indipendent Judiciary in Turkey”, che raggruppa diverse associazioni di giudici e pubblici ministeri europei, ha rinnovato la denuncia per le persecuzioni subite da giudici e pubblici ministeri turchi arrestati, rimossi dai loro incarichi e condannati sulla base di pretestuose accuse di collegamento con organizzazioni terroristiche.

Nel febbraio 2020 “The Arrested Lawyers Initiative” pubblicava un Rapporto (poi aggiornato al luglio di quest’anno) intitolato “La persecuzione di massa degli avvocati in Turchia. Arresti e condanne in arbitrarie (2016-2020)” contenente la descrizione e le impressionanti cifre della drammatica repressione in atto contro gli avvocati in quel Paese.

Sono documenti sconvolgenti, proprio perché estremamente minuziosi e precisi, fitti di dati e di nomi, corredati di elenchi di pesanti condanne e di sistematiche violazioni delle più elementari regole del diritto e del processo penale.  

Atti che – insieme ad altre analisi e testimonianze sulla situazione turca – devono essere letti, diffusi, fatti conoscere ben al di là della cerchia dei giuristi, dei magistrati e degli avvocati per raggiungere la più vasta opinione pubblica.

Essi ci costringono a guardare l’abisso che si apre quando i principi dello Stato di diritto sono cancellati e stravolti, la giustizia è epurata ed asservita, le istituzioni di garanzia (come il HSYK, il Consiglio Superiore della Turchia) divengono una mera protesi del Governo, gli avvocati sono minacciati, inquisiti, raggiunti da pesanti condanne solo perché si “ostinano” a svolgere  il loro prezioso lavoro.  

E’ il momento per i giuristi di unire le forze e le iniziative in Italia ed in Europa per far sentire al Governo turco il peso di una condanna morale per quanto sta accadendo ed ai Governi europei il peso della loro inerzia di fronte alle violazioni sistematiche dei principi dello Stato di diritto.

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