ASGI aderisce al Verona Pride del 16 luglio 2022

Colori arcobaleno

L’adesione di ASGI al Verona Pride 2022 si pone in continuità con il costante impegno dell’Associazione per la tutela dei diritti delle persone LGBTQI+, in particolare di coloro che sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per timore di essere perseguitati a causa del loro orientamento sessuale. Chi non è libero, nel proprio paese, di decidere chi amare e con chi formare una famiglia, ha diritto a ricevere protezione da qualsiasi forma di persecuzione. ASGI continua a lottare affinché questo diritto venga affermato e tutelato, senza dimenticare che anche nel nostro paese ancora molta è la strada da percorrere.

Il pride si terrà il 16 luglio 2022 a partire dalle ore 16.00 con appuntamento in Piazza Bra a Verona.

Il manifesto

Il Verona Pride non è solo un momento per celebrare le diversità, vogliamo marciare tra le strade di una Verona sicura per tuttз, che non lasci indietro nessunз. Vogliamo che marcino con noi quantз più giovanз possibile, quantз più personз migranti LGBTQIA+ e non possibili per denunciare un sistema che non tutela il loro benessere fisico, psicologico ed emotivo. A tuttз loro, senza nessuna eccezione, è stato rubato il futuro, e ai membri della comunità LGBTQIA+ viene quotidianamente rubato il presente, visto che ogni giorno è messa in discussione la nostra stessa esistenza.Vogliamo che si finanzino percorsi di educazione e che la classe politica resetti ogni dibattito sulle tematiche concernenti la comunità LGBTQIA+ affinché si riparta dalla condivisione di quelli che sono i diritti irrinunciabili che portano all’autodeterminazione di tutte le soggettività che la popolano.

La violenza pervade il mondo in cui viviamo. Continuano a persistere – e nel mentre nascono – nel mondo conflitti che rispondono a logiche colonialiste e imperialiste a foraggio del sistema capitalistico. Guerre che imperversano tra eserciti di popoli diversi, ma anche guerre intestine che scagliano l’una contro l’altra fazioni appartenenti alla stessa nazione. Ognuna di queste guerre porta con sé un’unica certezza: lo sgretolamento del tessuto sociale. Nelle macerie lasciate da queste guerre ascoltiamo con orrore le urla e i lamenti di chi è più fragile. A chi viene lasciato indietro viene strappato tutto quello che ha, a partire dalla propria umanità. Stupri, abusi, violenze sono perpetrati ai danni di chi, con la propria vita, potrebbe testimoniare strade e percorsi alternativi rispetto a quello – sempre uguale e alla fine sempre scelto – della violenza.


Noi queste violenze le conosciamo bene: dal 2012 all’ottobre 2020 sono stati censiti in Italia 876 episodi di ordinaria omofobia per un totale di 1166 vittime e solo dall’inizio del 2022 a maggio i casi ammontano a 27. Ricordiamo però che questi numeri escludono tutte quelle discriminazioni in cui le vittime non hanno denunciato le violenze subite anche a causa dell’assenza in Italia di una legge specifica che lз tuteli. Una legge che potrebbe già essere in vigore se coloro che hanno il dovere di rappresentare la cittadinanza, sia su scala locale che nazionale, non perdessero occasione per schernire la comunità LGBTQIA+. Il più recente capolavoro di ingiustizia di questa classe politica è l’affossamento del DDL Zan, una legge contro l’omo/bi/transfobia, misoginia e abilismo che avrebbe garantito dei diritti davvero minimi a chi è quotidianamente bersaglio di aggressioni verbali e fisiche. Siamo preoccupatз perché il tono, la retorica e il trattamento che ci riservano puntano sempre e solo a uno scopo: l’umiliazione. Umiliazione che noi cittadinз veronesз abbiamo visto diventare istituzionale spesso negli ultimi anni: nel ‘95, quando la “città” si era proclamata contraria al matrimonio egualitario; nel 2013, ospitando il congresso dal titolo “La teoria gender: per l’uomo o contro l’uomo?”, un atto quasi fondativo di tutta la campagna anti-gender che ne seguì; nel 2018 con la mozione antiabortista; nel 2019 con il Congresso Mondiale delle Famiglie; e nel 2020, con la decisione del  consiglio comunale di approvare una mozione contro lo stesso disegno di Legge Zan.
Rendere la città di Verona anti-qualcosa vuol dire automaticamente escludere una parte di cittadinз, che già umiliatз da un impianto culturale che ci vuole vedere come pericolose devianze e pittoreschi scherzi della natura, si trovano ad essere delegittimatз nella propria esistenza anche dalle istituzioni, motivo per cui non ci si può prendere in giro: noi sappiamo di non essere al sicuro.
La domanda sorge dunque spontanea: la violenza può davvero portare sicurezza?


Risulta chiaro come la comunità LGBTQIA+  venga quotidianamente colpita e annichilita nelle proprie vite con violenza, una violenza che chi governa il mondo – e la città di Verona ne è un esempio  da manuale – impiega come strumento per mantenere il quieto vivere, per perpetrare lo status quo ed evitare che venga messa in discussione la norma. L’unica via per mantenere l’ordine è restare dentro ai binari, e ciò che prova ad uscire è una minaccia per la sicurezza comune. Ma siamo davvero noi la minaccia alla sicurezza?

Crediamo invece che la minaccia vera sia la violenza brutale riservata nei nostri confronti, quella che per loro è da considerarsi come “cura” per le nostre devianze. Quest’apice dell’ipocrisia è un rigurgito fascista di cui sono partecipi non solo coloro che in primis la mettono in atto, ma anche tuttз coloro che sminuiscono la gravità di ciò che subiamo, che ci tacciano di isteria, che parlano di casi isolati  e che si dimostrano quindi conniventз e omertosз. A infoltire i ranghi di questi crociati del buon costume troviamo anche coloro che pensano che la “cura” alla nostra esistenza possa essere trovata con preghiere cantate a squarciagola tra i banchi delle chiese. Messaggi, quelli che ascoltano la domenica, che professano la fratellanza e la solidarietà solo per i camerati con cui condividono il gesto di pace. Ben altri sono invece i messaggi che passano al resto del mondo, messaggi veicolati in contesti oscurantisti e pro vita come il famigerato Congresso Mondiale delle Famiglie, che la nostra città ha accolto con il compiacimento delle istituzioni locali. Meno compiaciutз siamo noi, invitatз a rinunciare alla nostra autodeterminazione in favore dei canoni da loro imposti.

La loro presenza così ingombrante assottiglia i nostri spazi di vita e di espressione nelle città, nelle scuole, nelle strade, nelle famiglie. Anche per questo siamo statз costrettз ad educare le nostre sensibilità, i nostri diritti di espressione; siamo statз forzatз a dare alle nostre famiglie strumenti di accoglimento che la loro cultura non aveva prodotto per loro, poiché non era nemmeno stata valutata la nostra esistenza. L’abbiamo fatto cercando nel personale di ognuno di noi un senso di autodeterminazione che ci concedesse uno spazio di libertà. Siamo stanchз di avere paura: ci siamo ridottз a credere alla frase disgustosa che continuano a ripeterci e propinarci “a casa propria ognunз può fare quello che vuole”.

Una frase che non solo ci isola tra di noi, impedendoci di fare comunità, ma che può avere senso solo per chi ha una casa, per chi non si sente respintз ogni giorno per ciò che è, per chi non deve preoccuparsi attivamente della propria incolumità.
Poiché abbiamo vissuto così intimamente con lз nostrз oppressorз, in isolamento lз unз dallз altrз, ci è stato impedito di vedere la nostra sofferenza personale come una condizione politica. Grazie al confronto però ora possiamo dire che non ci sono quindi soluzioni personali, ma c’è solo una strada da percorrere: un’azione collettiva per una soluzione collettiva.
Allora rendiamo nostro il concetto di casa, perché casa siamo noi: rendiamoci presentз nel tessuto sociale, non limitando l’espressione pubblica ad un mero fatto privato, rendendo casa nostra le strade e le piazze, rivendicando il diritto di esistere insieme. “Il personale è politico”.
Vogliamo rivendicare le piazze, le strade e gli spazi della nostra città. Non solo dobbiamo prenderci lo spazio che ci spetta all’interno della società, ma è necessario anche demolire gli schemi rigidi che ci vengono imposti. Vogliamo una società nuova, perché non possiamo limitarci ad esistere in libertà solo “a casa nostra”.

Questo processo, lungo e complicato, è già partito con grande slancio in questi ultimi mesi: quelle che prima erano sporadiche e timide proteste sono ora un movimento consapevole, collettivo e maturo per insediarsi stabilmente nel tessuto sociale rivendicando il nostro diritto di esistere. La nostra Verona sta reagendo, stiamo costruendo una comunità democratica forte e coesa, le cui discussioni infervorano sempre di più gli spazi di confronto. Solo attraverso questo movimento politico possiamo aprirci a tutte le soggettività con le quali percorrere questo cammino.  “Casa nostra” è dove siamo. I nostri corpi sono “case nostre”. Tutto il mondo è “casa nostra”.  Ma se tutto il mondo è casa nostra, allora, anche la piazza lo è, e non possiamo più farci marginalizzare né accettare le violenze che ci infliggono. Dobbiamo continuare a ripopolare le piazze, a farle nostre, ed è compito di tuttз tenere il passo per vivere la città in una forma nuova. Plasmiamo la società che desideriamo, cominciando con l’educare chi – in buona o in malafede – non conosce l’ABC del vivere insieme. Ecco quindi che le nostre rivendicazioni devono essere intersezionaliste e vigili sulle esigenze collettive. Facciamo di Verona una grande piazza in cui insegnare a chi la vive come rispettare il diritto di tuttз all’autodeterminazione.

Il Verona Pride quindi non sarà solo un momento per celebrare le diversità, ma vogliamo marciare tra le strade di una Verona sicura per tuttз, che non lasci indietro nessunз. Vogliamo che marcino con noi quantз più giovanз possibile, quantз più personз migranti LGBTQIA+ e non possibili   per denunciare un sistema che non tutela il loro benessere fisico, psicologico ed emotivo. A tuttз loro, senza nessuna eccezione, è stato rubato il futuro, e ai membri della comunità LGBTQIA+ viene quotidianamente rubato il presente, visto che ogni giorno è messa in discussione la nostra stessa esistenza.
Vogliamo che si finanzino percorsi di educazione e che la classe politica resetti ogni dibattito sulle tematiche concernenti la comunità LGBTQIA+ affinché si riparta dalla condivisione di quelli che sono i diritti irrinunciabili che portano all’autodeterminazione di tutte le soggettività che la popolano.


Photo by Steve Johnson on Unsplash

Pin It