Migranti morti nel Mediterraneo – Indagine del Consiglio d’Europa, Italia responsabile

“Quanto emerge dai drammatici fatti segnalati in sede di Consiglio d’Europa relativi al mancato soccorso e alla conseguente morte di un elevato numero di migranti nel Mediterraneo conferma l’inderogabile necessità che le istituzioni europee affrontino con maggiore determinazione ed impegno il tema della concreta applicazione del principio di non respingimento (non refoulement) alle frontiere esterne dell’Unione.”

Dare efficacia alle operazioni di soccorso e uniformare il comportamento degli Stati al rispetto degli obblighi sul soccorso in mare .

Con queste dichiarazioni il dr Gianfranco Schiavone dell’Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione ha commentato i risultati dell’indagine condotta dalla Commissione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e da quest’ultimo adottata ieri.

Il rapporto è il risultato di un’indagine, durata nove mesi, che è stata avviata su richiesta di 34 membri dell’Assemblea a seguito di un tragico incidente verificatosi nel mese di marzo 2011 in cui 63 persone, nel tentativo di fuggire dalla guerra in Libia, sarebbero morte in mare dopo che le loro richieste di soccorso erano state ignorate, in particolare da parte di forze armate operanti nell’area.

Gianfranco Schiavone, co-autore del recentissimo manuale Sul Diritto alla Protezione, richiama le autorità internazionali ad agire immediatamente .
“Appare altresì sempre più urgente la predisposizione di un programma europeo di monitoraggio delle acque internazionali nel mare Mediterraneo, finalizzato a dare maggiore efficacia alle operazioni di soccorso e ad uniformare il comportamento degli stati maggiormente coinvolti, in primis Malta, Italia e Grecia in relazione al rispetto degli obblighi sul soccorso in mare derivanti dal diritto internazionale marittimo ed in particolare all’applicazione della nozione di “luogo sicuro” di approdo che deve sempre essere intesa non solo quale luogo in cui può essere garantita una semplice assistenza materiale e sanitaria, ma quale luogo in cui la vita e i diritti fondamentali delle persone soccorse non sia più minacciata.”

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