Un anno fa un gruppo di persone partiva dalla Libia. Solo 34 di loro furono soccorse dalla nave Humanity 1. Tra vuoto normativo e supporto di familiari e amici, il progetto Medea di ASGI racconta come si è cercato di dare una identità a chi non ce l’ha fatta.
Tra il 3 e il 5 ottobre 2025, al largo di Lampedusa, un gruppo di persone in viaggio dalla Libia si è gettato in mare durante il tentativo di attraversare il Mediterraneo, senza più fare ritorno. Il progetto Medea ha ricostruito la dinamica dell’evento insieme ai sopravvissuti, ai familiari e alla rete della società civile coinvolta, e attivato un accesso agli atti presso le autorità italiane competenti, in un percorso che intreccia ricerca dei fatti, procedure amministrative e accompagnamento al lutto.
Muovendoci in un vuoto normativo, attraverso il supporto diretto a familiari, amici e sopravvissuti, costruiamo di volta in volta pratiche e strumenti nuovi, nel tentativo di dare concretezza, caso dopo caso, al diritto alla verità per le persone scomparse ai nostri confini.

La vicenda
Tra il 29 e il 30 settembre 2025 un’imbarcazione con 48-50 persone a bordo salpa da Zuwara, in Libia, diretta verso l’Italia. Dopo circa due giorni di navigazione raggiunge un’area a sud-est di Lampedusa, dove resta bloccata per quattro o cinque giorni per mancanza di carburante, mare avverso e il guasto del telefono satellitare, che rende impossibile lanciare l’allarme.
In questi giorni di attesa la situazione precipita più volte. Secondo alcune testimonianze, durante la navigazione una persona originaria del Mali, in stato di alterazione, si getta in mare; altri racconti parlano invece di due persone coinvolte nell’episodio. Tra il 1° e il 3 ottobre, con il motore ormai in avaria, un gruppo di almeno sei persone si getta in acqua nel tentativo di raggiungere Lampedusa a nuoto, convinto di aver avvistato la terraferma. Tra loro ci sono tre giovani sudanesi originari di Port Sudan, tra i venti e i venticinque anni. Un’altra associazione riceverà successivamente la segnalazione della scomparsa, nello stesso episodio, di un quarto cittadino sudanese.
Il 3 ottobre, intorno alle 15:00, la nave Humanity 1 di SOS Humanity avvista quasi casualmente l’imbarcazione in difficoltà, mentre si trova diretta verso un diverso caso di soccorso segnalato in un’altra area. Le operazioni si svolgono in condizioni meteorologiche avverse e, secondo le testimonianze raccolte, almeno due persone risultano disperse in questa fase.
Al termine dell’operazione si trovano a bordo della Humanity 1 41 persone, sette delle quali in condizioni sanitarie critiche: cinque vengono evacuate dalla Guardia Costiera italiana non appena le condizioni del mare lo consentono, mentre le restanti due muoiono prima che l’evacuazione possa avere luogo. Il 5 ottobre 2025 i 34 sopravvissuti e le due salme sbarcano nel porto di Porto Empedocle.
Ascoltare, ricostruire, cercare: il lavoro di Medea con i familiari e i sopravvissuti

A novembre, M., originario di Port Sudan e amico di alcuni dei giovani scomparsi, contatta il gruppo Medea per chiedere supporto nella ricerca dei propri amici. Tramite lui, il gruppo Medea entra in contatto con alcuni sopravvissuti all’evento e con i familiari dei tre giovani scomparsi. Fin da questi primi contatti, le famiglie coinvolte condividono la propria consapevolezza dell’alta probabilità che i loro cari non abbiano fatto ritorno. Quello che chiedono al gruppo Medea non è una speranza, ma un accertamento dei fatti.
Le procedure di supporto attivate
Il lavoro di supporto si è sviluppato su più livelli, combinando raccolta di testimonianze, verifica incrociata delle fonti e strumenti giuridici.
Sul piano della ricostruzione dei fatti, l’associazione ha raccolto le testimonianze dirette dei sopravvissuti, ha aperto un dialogo con SOS Humanity, ha confrontato le informazioni con la stampa e quelle raccolte da altre associazioni locali. Da questo lavoro emerge un quadro solo parzialmente coerente — i numeri delle persone a bordo oscillano tra 41, 48 e 50, quelli dei dispersi tra tra 6 e 10 — un’incertezza che accompagna quasi sempre la ricostruzione di eventi di questo tipo, e che rende ancora più necessario un lavoro di verifica indipendente.
Sul piano giuridico, il 24 aprile è stata presentata un’istanza di accesso agli atti, a nome dei familiari e con delega formale. L’istanza è stata trasmessa a Procura della Repubblica di Agrigento, Prefettura, Questura – Ufficio Immigrazione, Comune di Agrigento e Commissario straordinario per le persone scomparse, chiedendo di sapere se vi fossero stati sbarchi o rintracci riconducibili all’evento, se fossero stati rinvenuti cadaveri o resti umani non identificati nelle aree interessate tra il 3 e il 20 ottobre 2025, e se esistessero segnalazioni, anche da autorità estere, relative a persone soccorse al di fuori del territorio nazionale ma riconducibili allo stesso naufragio.
La Procura di Agrigento ha risposto il 27 aprile, trasmettendo gli atti di un procedimento penale contro ignoti aperto dopo lo sbarco della Humanity 1 e successivamente archiviato. Tra questi atti risultano rilevanti le sommarie informazioni testimoniali rese da alcuni sopravvissuti, che confermano che cinque o sei giovani si sarebbero gettati in mare senza dispositivi di galleggiamento, nel tentativo di raggiungere altre imbarcazioni o la costa, e sarebbero stati visti scomparire tra le onde. Un secondo riscontro della Procura del 25 giugno, esclude il rinvenimento di cadaveri o l’arrivo di persone riconducibili al caso. Una segnalazione informale relativa a un corpo ritrovato nel periodo pasquale nell’area della Scala dei Turchi è stata valutata e ritenuta non pertinente. Un’istanza analoga, inoltrata il 27 maggio al Comune di Lampedusa e Linosa, non ha ancora ricevuto risposta.
La restituzione ai familiari
Restituire – per quanto in modo parziale – quanto raccolto nella ricerca ai familiari e agli amici delle persone scomparse è centrale nel lavoro di promozione e tutela del diritto alla verità per le persone scomparse in frontiera. Nella relazione di condivisione con i familiari e i sopravvissuti del lavoro svolto, in assenza di riscontri relativi al ritrovamento di cadaveri, ad assumere rilievo sono state le dichiarazioni dei sopravvissuti messe a verbale negli atti di indagine: nessuno di chi si è gettato in mare è stato più visto risalire a galla. In un momento di forte intensità emotiva, i familiari hanno espresso come la condivisione di queste informazioni, per quanto parziali, consenta loro di avviare un processo di elaborazione del lutto.
Il diritto alla verità
“Non ricordare significa non opporre resistenza. La memoria è la chiave per ritrovare se stessi, per ricostruirsi e, di conseguenza, per la liberazione.” — Wole Soyinka, 1998
Questo caso mostra con chiarezza un divario che si ripete in molte vicende simili: la distanza tra la scala della violenza dei confini e la scala delle risposte istituzionali disponibili per chi resta. Non esiste, in Italia come altrove, una procedura specificamente concepita per accompagnare le famiglie di chi scompare o muore lungo le rotte migratorie. Gli strumenti impiegati in questo caso – la raccolta sistematica di testimonianze, l’accesso agli atti, il dialogo diretto con le autorità giudiziarie – sono stati costruiti passo dopo passo, per colmare un vuoto che la normativa lascia aperto.
Il diritto dei familiari di sapere cosa successo ai propri cari resta strutturalmente negato per chi muore o si disperde nel tentativo di attraversare un confine: i familiari sono lasciati soli a vivere la violenza della scomparsa dei propri cari, a doversi fare carico in prima persona delle pratiche di ricerca e a navigare strutture amministrative e burocratiche incerte e spesso inaccessibili – o affidato all’iniziativa di chi, come le associazioni della società civile, decide di provare a colmare quello spazio.
Il lavoro di ricostruzione svolto in questo caso non restituisce un corpo, né una prova definitiva. Restituisce, in parte, alle famiglie dei giovani scomparsi la possibilità di conoscere e di iniziare, su questa base, a elaborare un lutto che altrimenti sarebbe rimasto sospeso.
Come progetto Medea ci impegniamo a supporto di chi cerca i propri cari scomparsi, convinti che questa questione porti con sé una responsabilità politica: tenere il conto delle persone che scompaiono in un mare che noi attraversiamo ci parla della violenza di un sistema di frontiera strutturato da accordi, pattugliamenti, respingimenti e omissioni che rendono possibile – e sistematica – la scomparsa di chi tenta di attraversarlo.
Diritto alla verità
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