Il centro di Lampedusa, sito in Contrada Imbriacola, opera come hotspot a partire dalla fine del 2015. Lampedusa, a causa delle sue caratteristiche geografiche, ha costituito storicamente un terreno di sperimentazione di pratiche di confinamento dei cittadini stranieri in arrivo in Italia via mare. Nel periodo di emergenza relativo al Corona virus il centro è stato utilizzato per i periodi di isolamento fiduciario anche prorogatisi oltre i 14 giorni previsti nella generalità dei casi e nonostante la struttura non sia adatta a permanenze di lungo periodo in condizioni non compatibili con l’implementazione di misure volte alla prevenzione e diffusione del COVID 19. Nei periodi di sovraffollamento (il centro è arrivato ad ospitare 1200 persone a fronte di una capienza di 192 posti) con persone costrette a dormire all’esterno della struttura, con un insufficiente approvvigionamento di cibo ed un’insufficiente assistenza sanitaria. Anche sotto questo profilo la misura della quarantena non sembra perseguire finalità di protezione della salute individuale e collettiva, ma esclusivamente di contenimento e protezione del contesto di arrivo.
In data 01/12 è stato pubblicato un comunicato stampa sul sito di Invitalia che dichiarava conclusi i lavori di manutenzione ordinaria, straordinaria e l’adeguamento impiantistico presso gli edifici A1, A2 e U1 dell’hotspot. Tali adeguamenti dovrebbero permettere una ulteriore disponibilità di posti pari a 130 unità.
Dopo l’entrata in funzione delle navi quarantena (Moby Zazà e Rubattino prima, alle quali hanno fatto seguito altre 6 navi di cui al momento (09/11/2020) 5 operative: la GNV Rhapsody, la GNV Allegra, la GNV Azzurra, la SNAV Adriatico, la SNAV Aurelia, non più operativa e la GNV Suprema) il centro ha continuato ad essere luogo per lo svolgimento delle procedure di identificazione e determinazione della condizione giuridica immediatamente successive all’arrivo dei cittadini stranieri collettivamente trasferiti all’interno dell’hotspot, prima del trasferimento in altri luoghi adibiti allo svolgimento della quarantena precauzionale tendenzialmente presso le navi, modalità ordinaria di gestione degli arrivi. Nel corso degli ultimi mesi tali permanenze all’interno del centro si sono caratterizzate anche per durate prolungate in condizione di privazione delle libertà personali come da prassi sistematica dell’hotspot di Lampedusa. Persegue infatti la prassi di chiusura fisica del centro presidiato da forze dell’ordine e si rafforza l’attività di sorveglianza ed ispettiva nell’area circostante, con presidi militari nelle colline che affiancano l’hotspot e pattugliamento al fine di contrastare eventuali tentativi di violazione della misura.
Le persone sono completamente isolate dal punto di vista sociale e giuridico, senza contatti con la società civile e/o consulenti legali, senza possibilità effettiva di comunicare con il mondo esterno. In tale contesto le misure di isolamento sanitario adottate nei confronti dei cittadini stranieri in arrivo sul territorio italiano hanno amplificato ed istituzionalizzato la prassi già in atto di ostacolo e selezione all’accesso alla procedura di richiesta di protezione attuata su base nazionale. Con la conseguenza che i cittadini stranieri rischiano terminata la quarantena di essere destinatari di provvedimenti di allontanamento ed ulteriore trattenimento.
