Tribunale di Bari, sentenza del 10 agosto 2017, n.4089

Qualora il trattenimento di stranieri in un CIE (che costituisce sempre luogo ove viene limitata la libertà personale dei trattenuti e che deve pertanto rispondere ai principi costituzionali in materia) avvenga in condizioni lesive della dignità delle persone trattenute e contrastanti con le norme di legge che presiedono al funzionamento di tali strutture, si realizza un danno all’immagine e alla identità delle amministrazioni locali (Comune e Provincia) ove tali centri sono stati collocati e tale lesione fonda il diritto delle predette amministrazioni al risarcimento del danno a carico del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri (che presiedono alla regolazione di dette strutture). In caso di inerzia delle amministrazioni locali, la relativa domanda può essere proposta in giudizio da singoli elettori in qualità di sostituti processuali ai sensi dell’art. 9 , comma 1, Dlgs 267/00.

Corte d’Appello di Trieste, sentenza 10 agosto 2017

La controversia avente ad oggetto il diritto soggettivo a non essere discriminati nell’accesso al lavoro, benché proposta secondo il rito sommario di cognizione, è correttamente assegnata in primo grado al giudice del lavoro, sicché, in assenza di una disciplina speciale per l’impugnazione ex art. 702 quater cpc, l’appello avverso l’ordinanza che la decide deve essere proposto secondo il rito che sarebbe stato ordinariamente seguito in primo grado, cioè secondo il rito del lavoro; conseguentemente deve essere dichiarato inammissibile l’appello proposto con citazione notificata entro 30 giorni, ma iscritta a ruolo successivamente.

Tribunale di Genova, ordinanza 28 luglio 2017

Sono discriminatorie - e dunque violano gli artt. 2 e 43 TU Immigrazione - le ordinanze sindacali che, correlando automaticamente l’insorgere di malattie infettive all’origine etnica e alla provenienza geografica dei soggetti, vincolano il diritto di dimora degli stessi all’interno del Comune alla presentazione di un certificato sanitario che attesti le condizioni di buona salute. Al relativo accertamento consegue l’ordine del giudice di rimuovere le ordinanze e di pubblicare la decisione giudiziale.

Corte d’Appello di Milano, sentenza 28 luglio 2017

I cittadini extra UE familiari di cittadini dell'Unione hanno diritto – in applicazione del principio di parità di trattamento previsto dall'art. 19 d.lgs 30/2007 attuativo della direttiva 2004/38 e dell’art. 12 della direttiva 2011/98 – come confermato dalla CGUE 21 giugno 2017 in materia di assegno nucleo familiare numeroso – di beneficiare del bonus bebè di cui all’art. 1 comma 125 L. 190/2014 e dell'assegno di maternità di cui all'art. 74 d.lgs.151/2001e il diniego di detta prestazione costituisce discriminazione.

Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza 5 luglio 2017

Qualora dei soggetti pongano in essere un'aggressione (reati di lesioni personali di cui all'art. 582 c.p., di violenza privata di cui all'art. 610 e altri) utilizzando espressioni che rendono evidente la sussistenza di un pregiudizio manifesto di inferiorità "nei confronti della razza africana" ovvero di un senso di ostilità per motivi razziali, trova applicazione l'aggravante delle finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso di cui all'art. 3 D.L 122/93 (nella specie gli aggressori avevano fatto irruzione in un centro di accoglienza utilizzando espressioni ingiuriose nei confronti dei soggetti ospitati quali "vaffanculo...basta nero...dovete andare fuori di qui!")

Tribunale di Milano, ordinanza 27 giugno 2017

L'assegno di maternità di base di cui all'art. 74 d.lgs 151/2001 è una prestazione di sicurezza sociale e pertanto una cittadina extra UE titolare di permesso unico lavoro ha diritto a tale beneficio in applicazione del principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 che, in quanto principio chiaro, preciso e incondizionato deve essere direttamente applicato dalle pubbliche amministrazioni; qualora ciò non avvenga le pubbliche amministrazioni pongono in essere una discriminazione.

Tribunale di Brescia, ordinanza 6 giugno 2017

Il bonus bebè di cui all’art. 1 comma 125 L. 190/2014 rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale di cui al regolamento 883/04 e pertanto trova applicazione il principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 e l’esclusione dalla prestazione di una cittadina extra UE titolare di un permesso di soggiorno che consente di lavorare costituisce una discriminazione.

Tribunale di Palermo, ordinanza 5 giugno 2017

Il cittadino extra UE titolare di “permesso unico lavoro” ha diritto– in applicazione del principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 – di beneficiare del cd. assegno sociale di cui all’art. 3, comma 6, L. 335/95 e l’art. 80 comma 19 della L. (finanziaria) n.388/2000, che prevede il requisito del possesso del permesso di lungosoggiorno per l’accesso al beneficio stesso, deve essere disapplicato poiché in contrasto con la direttiva

Tribunale della Spezia, ordinanza 1 giugno 2017

Il cd. bonus bebè di cui all’art. 1 comma 125 L. 190/2014 rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale di cui al regolamento 883/04 e pertanto trova applicazione il principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 e l’esclusione dalla prestazione di una cittadina extra UE titolare di un permesso di soggiorno che consente di lavorare costituisce una discriminazione.

Tribunale di Mantova, ordinanza 24 maggio 2017

Il bonus bebè di cui all’art. 1 comma 125 L. 190/2014 rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale di cui al regolamento 883/04 e pertanto trova applicazione il principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 e l’esclusione dalla prestazione di una cittadina extra UE titolare di un permesso di soggiorno che consente di lavorare costituisce una discriminazione.

Tribunale di Milano, ordinanza del 12 maggio 2017

Il cd. bonus bebè di cui all’art. 1 comma 125 L. 190/2014 rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale di cui al regolamento 883/04 e pertanto trova applicazione il principio di parità di trattamento previsto dall’art. 12 della direttiva 2011/98 e l’esclusione di una cittadina extra UE titolare di un permesso di soggiorno che consente di lavorare dalla prestazione costituisce una discriminazione.
Numero dei documenti:

Corte d’Appello di Bologna, sentenza del 3 gennaio 2017

L’appello proposto avverso una ordinanza emessa dal giudice del lavoro in materia di discriminazione, secondo il rito previsto dagli artt. 28 dlgs 150/11 e 702 bis c.p.c., deve essere proposto nei termini previsi dall’art. 702 quater e pertanto entro 30 giorni dalla comunicazione o notificazione dell’ordinanza; è pertanto inammissibile l’appello proposto nei termini di cui agli art. 326 e 327 c.p.c. in quanto tardivo.

Azione civile antidiscriminatoria – decisione in primo grado del giudizi del lavoro – termine di impugnazione – art. 702quater c.p.c – applicabilità – appello proposto nei termini di cui agli artt. 326 e  327 c.p.c – inammissibilità

Corte d’Appello di Bologna, sentenza del 3.1.2017, pres. Brusati, rel. Ponterio, INPS (avv.to Lamanna), Comune di Bologna (contumace) c. XXX (avv.to Zorzella)

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