Tribunale di Bergamo, ordinanza 16 novembre 2022

Si chiede alla CGUE se l’art. 29 e l’art. 26 direttiva 2011/95 debbano essere interpretati nel senso che ostano a una norma nazionale come quella contenuta nell’art. 2, comma 1, lett. a) D.L. n. 4/2019, la quale, al fine di accedere a una prestazione di contrasto alla povertà e di sostegno nell’accesso al lavoro e all’inserimento sociale come il “reddito di cittadinanza” prevede il requisito di 10 anni di residenza nello Stato Italiano, in aggiunta al requisito di 2 anni continuativi di residenza antecedenti la domanda

Tribunale di Genova, ordinanza 10 novembre 2022

Costituisce discriminazione la condotta assunta dal Comune di Genova consistente nell’avere indetto e posto in esecuzione il bando 2020 per l’accesso agli alloggi ERP, nella parte in cui prevedeva che: “i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea devono possedere, in sede di presentazione della domanda, la documentazione di cui all’art. 3 comma 4 del...

Tribunale di Bergamo, ordinanza 5 novembre 2022

Condizionare il riconoscimento dell’assegno temporaneo per i figli minori di cui all’art. 1, D.L. 79/2021 ai figli di cittadini di stati extracomunitari, al possesso da parte di questi ultimi del permesso di soggiorno di lungo periodo o del permesso di lavoro (o di ricerca) di durata almeno semestrale, crea una disparità di trattamento fra cittadini italiani e stranieri che, nel caso in cui questi ultimi siano anche “lavoratori”, viola la direttiva 2011/98/UE, che non prevede alcuna possibilità di deroga, né per le prestazioni non essenziali né per quelle essenziali.

Tribunale di Roma, ordinanza 4 ottobre 2022

Il requisito della residenza per 10 anni di cui gli ultimi due in maniera continuativa, richiesto per accedere alla misura del reddito di cittadinanza, va inteso in senso sostanziale, consentendo agli interessati di fornire riscontri obiettivi e univoci che dimostrino l’effettività di tale residenza anche se non risultante dai registri anagrafici, in linea con i principi comunitari che vietano qualsiasi forma di discriminazione, anche indiretta, fondata sulla nazionalità sicché, qualora tale effettività di residenza venga provata, l'INPS deve riammettere la ricorrente al beneficio.

Sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani del 21 luglio 2022, n. 5797

la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcire i danni non patrimoniali sofferti da un ragazzo gambiano, Darboe Ousainou, minore straniero non accompagnato giunto sulle coste italiane nel giugno del 2016, quando era appena diciassettenne. Sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani del 21 luglio 2022, n. 5797

Tribunale di Torino, sentenza 14 luglio 2022

La revoca del reddito di cittadinanza per asserita mancanza del requisito di 10 anni di residenza, che non tenga conto dei periodi di residenza effettiva in Italia per almeno 10 anni all’atto della domanda (provabili, ad esempio, attraverso la copertura contributiva), è illegittima sicché il ricorrente nulla deve restituire all'INPS a titolo di restituzione degli importi percepiti ma, al contrario, ha diritto a percepire la misura per il periodo successivo alla revoca sino allo scadere dei 18 mesi previsti dalla legge.

Corte d’Appello di Milano, ordinanza 31 maggio 2022

E’ rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3, 11 e 117, primo comma, Cost., questi ultimi in relazione agli artt. 21 e 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’art. 24, comma 1, direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, e all’art. 7, par. 2, del Regolamento 492/11 del Parlamento...

Corte d’Appello di Venezia, sentenza del 15 aprile 2022

Costituisce discriminazione la delibera della Giunta regionale del Veneto n. 753/19 nella parte in cui nega il diritto alla iscrizione obbligatoria al servizio sanitario nazionale dei cittadini extracomunitari familiari a carico di cittadino italiano in quanto si pone in violazione del principio di parità di trattamento sancito dal combinato disposto degli artt.19 e 23 Dlt.30/07...

Tribunale di Padova, ordinanza 12 aprile 2022

La delibera della Giunta regionale Veneto n. 753 del 4.06.19, nella parte in cui prevede che non possano essere iscritti al SSN i familiari extra UE di cittadini dell'UE titolari di Carta di soggiorno in quanto genitori ultrasessantacinquenni di cittadini dell'Unione entrati dopo il 5.11.08, costituisce discriminazione ponendosi in contrasto con gli artt. 19 e 23 d.lgs. 30/07.

Tribunale di Torino, sentenza 25 marzo 2022

La revoca del RDC disposta dall’INPS e la conseguente richiesta di restituzione delle somme percepite per carenza del requisito di residenza decennale è illegittima in quanto l’Istituto aveva disposto le verifiche solo nell’ultimo comune di residenza, mentre non aveva tenuto conto di un pregresso periodo di residenza precedente a una cancellazione per irreperibilità e dunque il requisito dei 10 anni di residenza richiesta dalla legge risulta perfettamente integrato.

Tribunale di Trieste, ordinanza 24 marzo 2022

Costituisce discriminazione la condotta tenuta dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dall’A.T.E.R. della provincia di Trieste consistente nell'aver escluso un cittadino tunisino soggiornante di lungo periodo dalla graduatoria per l’assegnazione degli alloggi di edilizia sovvenzionata di cui al bando n. 1/2019, nonostante egli abbia attestato il requisito dell’impossidenza da parte di tutti i componenti del nucleo familiare di alloggi in Italia e all’estero mediante una dichiarazione sostitutiva di certificazione rilasciata ai sensi del d.P.R. 445/2000, pretendendo invece erroneamente la produzione di certificati o attestazioni rilasciati dalla competente autorità dello Stato estero di provenienza e di origine, rilasciati non più di sei mesi prima, corredati di traduzione in lingua italiana autenticata dall'autorità consolare italiana attestante la conformità all'originale.

Tribunale di Foggia, sentenza del 23 febbraio 2022

Sussiste il diritto dei titolari di permesso di soggiorno per richiesta asilo a percepire l'indennità di disoccupazione agricola in quanto, a differenza dei lavoratori stagionali che hanno l'autorizzazione a svolgere attività lavorativa sul territorio nazionale fino ad un massimo di nove mesi in un periodo di dodici mesi, i richiedenti asilo, ai sensi dell’articolo 22 d.l.vo 142/2015, possono svolgere attività lavorativa decorsi 60 giorni dalla presentazione della domanda, senza limiti di tempo.
Numero dei documenti:

Consiglio di Stato, sentenza 23 giugno 2014, n. 3188

Va riesaminato il caso di una istanza di regolarizzazione alla luce delle norme sopravvenute per verificare se sussistano i presupposti e i requisiti per l’applicazione delle norme più favorevoli in quanto le modifiche alla disciplina della procedura di emersione devono necessariamente applicarsi a tutte le questioni ancora pendenti e a quelle suscettibili di essere riaperte, trattandosi di una procedura una tantum concentrata nel tempo. Risulta  evidente la ratio che considera  le modifiche legislative sopravvenute finalizzate a superare incongruenze manifestatesi nelle procedure in corso, nonché per il fatto che le modifiche possono considerarsi per taluni aspetti interpretative delle precedenti disposizioni.

Fatto e diritto

Considerato che:
– il signor — ha impugnato la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte n. 0894/2013 che ha respinto il ricorso da lui proposto per l’annullamento del provvedimento 21.02.2013, con il quale, in data 21 febbraio 2013, lo Sportello Unico per l’Immigrazione della Prefettura di Novara ha disposto l’archiviazione dell’istanza di emersione presentata in suo favore dal sig. —, per la sussistenza di condanne penali a carico di quest’ultimo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione delle norme contenute nel testo unico leggi sull’immigrazione. Nella motivazione del provvedimento si dà atto che lo stesso datore di lavoro risulta aver presentato altre istanze di emersione, non perfezionatesi per mancata sottoscrizione dei contratti di soggiorno per cause a lui imputabili.
– la sentenza è motivata dal fatto che risultano integrate nel caso di specie entrambe le condizioni ostative all’accoglimento dell’istanza di emersione delineate dai commi 3 e 4 dell’art. 5 del D.lgs. n. 109/2012, che si riferiscono rispettivamente alla sussistenza di condanne a carico del datore di lavoro per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla mancata sottoscrizione del contratto di lavoro. Secondo la sentenza i requisiti richiesti sono coerenti con la impostazione della procedura di emersione, non danno luogo a rilievi di costituzionalità né di disparità di trattamento con riferimento alle norme del comma 10 che prevedono comunque la esenzione da ogni sanzione per il datore di lavoro se la procedura di emersione non va a buon fine per cause indipendenti dalla sua volontà;
– l’appellante ha concentrato la sua argomentazione in appello sul fatto che dopo la sentenza del TAR sono entrate in vigore modifiche aggiuntive alla disciplina legislativa della procedura di emersione ex D.Lgs n. 109/2012, che confermano le tesi sostenute nel ricorso in primo grado e regolano il caso in cui la dichiarazione di emersione sia rigettata per cause imputabili esclusivamente al datore di lavoro e, sussistendo gli altri requisiti, prevedono che al lavoratore sia rilasciato un permesso d soggiorno in attesa di occupazione.

Ritenuto che

– le modifiche alla disciplina della procedura di emersione devono necessariamente applicarsi a tutte le questioni ancora pendenti e a quelle suscettibili di essere riaperte, trattandosi di una procedura una tantum concentrata nel tempo, e per la evidente ratio che finalizza le modifiche legislative sopravvenute finalizzate a superare incongruenze manifestatesi nelle procedure in corso, nonché per il fatto che le modifiche possono considerarsi per taluni aspetti interpretative delle precedenti disposizioni;
– il caso in esame deve essere riesaminato, previa istanza dell’interessato, dalla competente Autorità amministrativa alla luce delle norme sopravvenute per verificare se sussistano i presupposti e i requisiti per l’applicazione delle norme più favorevoli;
– a questo fine l’appello deve essere accolto nei termini di cui alla anzidetta motivazione, ravvisandosi giusti motivi per la compensazione delle spese.

P.Q.M.

Accoglie l’appello e, per l’effetto, accoglie il ricorso in primo grado nei termini di cui in motivazione.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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