Banca Dati

Consiglio di Stato, sentenza 25 giugno 2018

L’art. 1, comma 1, lett. a) del DPCM 174/1994 riservando in modo assoluto i posti dei livelli dirigenziali delle amministrazioni dello Stato ai soli cittadini italiani, senza tener conto dell’effettivo e prevalente esercizio di funzioni di stampo pubblicistico e autoritativo, contrasta con l’art. 45, para. 4 TFUE che, in quanto disposizione derogatoria, deve essere interpretato restrittivamente e pertanto la norma nazionale deve essere disapplicata nella parte in cui impedisce l’accesso ai cittadini degli Stati membri dell’Unione europea.

Tribunale di Milano, ordinanza 6 giugno 2018

La condotta discriminatoria per molestia di cui all’art. 2, comma 3, D.lgs 215/2003 è integrata qualora le dichiarazioni rese siano tali da creare un clima ostile (cioè volto a diffondere odio e ad escludere i destinatari dalla compagine sociale), degradante (in quanto in grado di colpire in modo offensivo ed avvilente la dignità dei gruppi sociali) e umiliante, per la gratuita attribuzione di qualità inferiori per etnia e nazionalità; né può ritenersi che le espressioni utilizzate rientrino nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero politico qualora chi ricopre incarichi politici e istituzionali non abbia bilanciato le espressioni utilizzate con il rispetto e la dignità dei soggetti a cui si riferisce. La tutela del diritto all’eguale dignità e dell’accesso paritario ai diritti fondamentali è frustrata da tale comportamento discriminatorio e pertanto le associazioni aventi tale scopo statutario hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale.

Tribunale di Pavia, ordinanza 6 giugno 2018

La mancata concessione ai cittadini di paesi terzi, titolari di permesso di soggiorno a fini lavorativi, i cui familiari a carico risultino residenti all’estero, dell’assegno per il nucleo familiare di cui all’art. 2, L. 153/1988, costituisce una discriminazione collettiva per ragioni di nazionalità per violazione del principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 12 della direttiva 2011/98 e all’art. 11 della direttiva 2003/109; pertanto la norma di cui all’art. 2, comma 6bis, L. 153/1988 deve essere disapplicata nella parte in cui, a differenza di quanto previsto per i cittadini italiani, consente il computo nel nucleo familiare dei soli familiari residenti sul territorio nazionale.

Tribunale di Venezia, ordinanza 25 maggio 2018

L’interpretazione dell’Inps, effettuata con circolare n. 39 del 2017, che subordina la concessione del premio alla di cui all’art. 1, comma 353, L. 232/2016 ai medesimi requisiti stabiliti per il bonus bebè di cui all’art. 1, comma 125, L. 190/2014, risulta del tutto arbitraria e pertanto l’esclusione dei titolari di permesso unico lavoro dall’erogazione del beneficio esclusivamente in ragione della cittadinanza diversa da quella italiana o comunitaria costituisce condotta discriminatoria.

Tribunale di Mantova, ordinanza 10 marzo 2018

Il bonus bebè di cui all’art. 1, comma 125, L. 190/2014, in quanto destinato a sostenere i redditi delle famiglie e ad incentivare la natalità, rientra tra le prestazioni familiari di cui all’art. 3 del regolamento CE 883/2004 e pertanto il cittadino extra UE titolare di un permesso unico lavoro ha diritto a tale beneficio in applicazione del principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della direttiva 2011/98 che rinvia a detto regolamento. Tale principio, che è chiaro, preciso e incondizionato deve essere applicato direttamente dalle pubbliche amministrazioni e la sua violazione costituisce discriminazione.

Tribunale di Venezia, ordinanza 9 marzo 2018

Il comportamento dell’INPS che a fronte dell’assenza di disposizioni specifiche nella norma applicata subordina, tramite la circolare 39/2017, la concessione del premio alla nascita di cui all’art. 1, comma 353 della L. 232/2016 ai medesimi requisiti stabiliti per il bonus bebè di cui all’art. 1, comma 125, L. 190/2014, viola il principio direttamente applicabile di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98; pertanto subordinare la concessione della prestazione al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo crea una disparità di trattamento tra cittadini italiani e cittadini stranieri, non giustificata e la norma interna deve essere disapplicata estendendo il beneficio a tutte le madri regolarmente soggiornanti.

Tribunale di Treviso, ordinanza 8 marzo 2018

L’esclusione delle titolari di permesso unico lavoro dall’accesso al premio alla nascita di cui all’art. 1, comma 353 della L. 232/2016, istituita tramite circolare INPS 39/2017, che ha esteso a suddetto beneficio i medesimi requisiti previsti per il bonus bebè, costituisce una condotta discriminatoria sia in quanto non sussiste alcun potere in capo all’Istituto di restringere i potenziali beneficiari della prestazione, sia perché una tale limitazione contrasta con il principio di parità di trattamento di cui all’art. 12 della Direttiva 2011/98 che in quanto sufficientemente chiaro preciso e incondizionato è dotato di diretta applicabilità; pertanto la disposizione nazionale contrastante deve essere disapplicata e la condotta discriminatoria eliminata estendendo il beneficio a tutte le madri regolarmente soggiornanti.

Tribunale di Bergamo, ordinanza 2 marzo 2018

L’art. 1, comma 125, L. 190/2014, nella parte in cui riconosce il bonus bebè ai soli cittadini extracomunitari titolari di permesso di soggiorno UE per i soggiornanti di lungo periodo contrasta con quanto disposto all’art. 12 della direttiva 2011/98 che riconosce ai titolari di permesso unico lavoro la parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro di soggiorno in materia di sicurezza sociale nella quale rientra il beneficio in questione riconducibile alle prestazioni familiari di cui all’art. 3, comma 1, lett. j) del regolamento 883/2004. Detta condotta discriminatoria deve essere pertanto eliminata attribuendo la prestazione ai soggetti legittimati e dandone adeguata pubblicità sul sito istituzionale nonché adeguando i moduli on line per la domanda amministrativa.

Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza del 20 dicembre 2017, C‑442/16

Un cittadino dell’Unione che, dopo oltre un anno, abbia cessato di esercitare un’attività autonoma in un altro Stato membro per mancanza di lavoro causata da ragioni indipendenti dalla sua volontà, mantiene lo status di lavoratore autonomo e, di conseguenza, un diritto di soggiorno in tale Stato membro .

Consiglio di Stato, sezione terza, sentenza del 10 ottobre 2017, n.4694

Ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, la valutazione dell’Amministrazione deve consistere soprattutto in un giudizio prognostico, che tenga conto anche delle occasioni lavorative favorevoli sopravvenute nelle more dell’adozione del rigetto e, quindi, consenta una adeguata valutazione delle prospettive di integrazione del lavoratore straniero.

Numero dei documenti:

Tematica

Area d’interesse

Sotto area d’interesse

Provenienza / Organo emanante

Tipologia del documento

Anno

Data

Ricerca libera

Ricerca solo nel titolo

Ricerca solo nel testo

Tags

Ordina la ricerca